28 aprile 2017
Aggiornato 17:30
Dopo la manifestazione di Mosca e gli arresti

Giulietto Chiesa: «La vicenda Navalny? L'ennesimo esempio di campagna russofoba»

Il giornalista Giulietto Chiesa parla della campagna mediatica (russofoba) costruita intorno alla vicenda della manifestazione di Mosca in cui è stato arrestato l'oppositore Alexey Navalny

ROMA - «Dimon, la pagherai». Era questo lo slogan con cui sono scesi in piazza circa 8000 russi, per protestare contro la corruzione e in particolare il primo ministro Dimitri Medvedev. Una vicenda che, dopo qualche ora, era già immortalata sui quotidiani di tutti i Paesi occidentali, che riportavano l'indignazione dei propri governi per gli arresti scattati in quell'occasione. Stati Uniti e Ue hanno in particolare chiesto il rilascio di Alexey Navalny, blogger oppositore di Vladimir Putin, e delle altre persone in stato di fermo. Ma c'è anche chi pensa che tutta l'operazione nel suo complesso sia, più che altro, mediatica. A sollevare qualche dubbio di questo genere lo scrittore e giornalista Giulietto Chiesa, che, in un'intervista a Intelligo News, espone la sua interpretazione della vicenda. 

Chi è Navalny?
Innanzitutto, secondo Chiesa, bisogna ragionare sui numeri. Per le proteste organizzate da Navalny, sono state chieste autorizzazioni in 99 città, e ottenuto 27 autorizzazioni. Tra le quali, oltretutto, non c'era quella per la città di Mosca. Ad ogni modo, secondo il giornalista, occorrono con tutta evidenza mezzi ingenti per organizzare quel numero di proteste. Questo dimostrerebbe che Navalny ha molti seguaci e mezzi rilevanti. Circostanza che, aggiunge Giulietto Chiesa, dimostrerebbe che in Russia c'è spazio perchè le opposizioni lavorino e si esprimano. 

Rivoluzione colorata
Il giornalista, ad ogni modo, di quella manifestazione incriminata si è fatto un'idea ben precisa. «E' l'ennesima rivoluzione colorata, che si prepara anche al di fuori dei confini russi per mettere sotto accusa la politica russa, per sottoporla ad una pressione», spiega. «Manifestazioni pacifiche all'interno con persone che sono convinte di avere il diritto e il dovere di farlo, nonché una protezione dall'esterno rappresentata da tutti i media occidentali e da tutte le importanti cancellerie dell'Occidente che ora si scatenano all'attacco dell'attuale governo russo sono sotto gli occhi di tutti», aggiunge.

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L'egocentrismo occidentale
Secondo Chiesa, lo stesso commento di Tillerson sulla vicenda (i russi devono «esercitare i loro diritti senza temere rappresaglie») dimostrerebbe il vizio dell'Occidente di giudicare tutto il resto del mondo secondo i propri parametri e la propria visione del mondo. Un errore madornale, visto che quei parametri e quella visione del mondo riguardano la grande minoranza degli abitanti del globo.

Il ruolo di Amnesty
Giulietto Chiesa ha anche commentato la definizione che Amnesty International ha riservato a Navalny, etichettandolo un «prigioniero politico». Definizione inesatta, ritiene Giulietto Chiesa, visto che in Russia «non ci sono e non ci sono mai stati prigionieri politici», stando al significato esatto del termine. «Questa è la prova che c'è una pressione dall'esterno per screditare la Russia come Paese civile e moderno, come interlocutore con cui avere a che fare e stringere accordi di ogni tipo. Un modo ormai conosciuto a memoria, la campagna russofoba va avanti da decenni. Navalny se non è già stato rilasciato sarà liberato oggi, per me è una falsità definirlo prigioniero politico», conclude.