28 aprile 2017
Aggiornato 17:30
Marta Ottaviani racconta in un libro il controverso leader

Erdogan, il «Reis» dal fiuto eccezionale e dalle enormi aspirazioni che ha cambiato la Turchia

Chi è Erdogan? Come è riuscito a cambiare la Turchia? A cosa porterà l'attuale svolta autoritaria? Marta Ottaviani ne parla nel suo libro «Il Reis - come Erdogan ha cambiato la Turchia»

ROMA - Siamo negli studi di Askanews con Marta Ottaviani, una giornalista molto versata nelle questioni turche, che ha lavorato in Turchia per molti anni e conosce bene la realtà della Mezzaluna. Marta ha scritto recentemente un libro, «Il Reis - come Erdogan ha cambiato la Turchia», che racconta una delle personalità più importanti della storia turca moderna, paragonabile probabilmente al fondatore della Repubblica turca, Ataturk, e oggi considerata anche una personalità particolarmente controversa.

Ecco, Marta, chi è Erdogan? E' un fanatico islamico, un dittatore, un nazionalista neo-ottomano?
Erdogan è un animale politico, con un fiuto eccezionale, che fa politica praticamente da 40 anni ed è un leader che si è proposto come riformista filo-europeo, con un passato islamico, e che pian piano ha fatto degradare la sua posizione iniziale in una deriva sempre più autoritaria, alla quale a partire dal 2011 in poi si sono associati connotati religiosi sempre più evidenti.

Erdogan è a capo di un Paese fondamentale per l'Europa e fondamentale per il Medio Oriente. Storicamente la Turchia è la cerniera tra l'Europa e l'Asia. E avere un Paese in questa situazione d'instabilità, come abbiamo visto a luglio con il tentato colpo di stato, è una preoccupazione forte per l'Europa, oltre che per gli Stati uniti e per tutto l'Occidente. Ma Erdogan, nel Paese, ha un'opposizione? Si è parlato di Fetullah Guelen. Chi è questo personaggio che vive in esilio negli Stati uniti?
Innanzitutto bisogna dire che Guelen fino al 2009-2010 era un alleato nonché finanziatore di Recep Tayyip Erdogan. I suoi quotidiani avevano assolutamente una linea filogovernativa. Guelen è un ex imam in auto-esilio negli Stati uniti, che ha costruito in 40 anni un impero da miliardi di dollari e, soprattutto, un vero e proprio soft-power fatto di persone potenti ai posti di comando nella burocrazia e nel mondo economico turco che erano evidentemente in grado di infastidire Erdogan. Quando l'alleanza tra i due è finita e si sono indeboliti gli apparati più laici dello Stato, a quel punto è iniziata la guerra tra queste due ali della destra islamica turca.

Quello che caratterizza una democrazia è la società civile, l'opinione pubblica. La Turchia ha vissuto tre anni fa un momento di grande fibrillazione, con il movimento giovanile di Gezi Park, che ha fatto pensare a una «primavera», anche perché veniva dopo le primavere arabe, in un clima particolare. Che fine hanno fatto i ragazzi di Gezi Park?
L'opinione pubblica turca è silenziata, in molti hanno paura di finire vittima delle purghe che abbiamo visto susseguirsi nel Paese negli ultimi tre mesi. C'è anche una disillusione di fondo. E' vero che Erdogan ha in questo momento un consenso come mai visto prima, un consenso amplissimo. Ma c'è da considerare che una parte di questo consenso è sicuramente di persone sempre più legate al premier, una parte di consenso è dato da persone che stanno zitte per paura e una parte di consenso non indifferente è dato da ipocrita convenienza. Della serie: tutto sommato finché c'è lui il Paese cresce, prima o poi Erdogan passerà. Chi parla così non si rende conto, o non si vuol rendere conto, dei danni immani operati da Erdogan sulla società e che saranno riparati solo nel giro di decenni.

Sta nascendo un culto della personalità per Erdogan in Turchia, sul modello di quello di Putin in Russia? Sono due amici-nemici, che ultimamente hanno avuto talvolta rapporti burrascosi per poi riavvicinarsi. Non sono due leader che, da questo punto di vista, tutto sommato si somigliano?
Diciamo che Erdogan vorrebbe imitare Putin, probabilmente. Di sicuro il presidente sta costruendo un culto della personalità attorno a sè sempre più marcato e che assume accenti sempre più bizzarri, basti pensare al palazzo presidenziale che è costato oltre 300 milioni di dollari dei contribuenti turchi e che è passato alle cronache anche per la sfarzosità dei suoi interni, indice di un leader che vuol lasciare sempre più un segno della sua presenza.

Com'è lavorare sulla Turchia? E' molto complicato? Tu hai scritto un libro che entra molto nel dettaglio e che in diversi punti sa essere fortemente critico. Si subiscono pressioni, anche come corrispondente straniero, critiche, accuse?
Le critiche, quando motivate, sono legittime: io non pretendo che chi legge questo libro sia d'accordo con me. Certo, lo dico molto serenamente, non posso essere accusata di aver scritto cose false quindi professionalmente vado con la coscienza a posto, vado assolta. E, anche nei momenti critici, c'è un rispetto di fondo del Paese e della sua società, che ho mantenuto intatto in questi oltre 10 anni in cui mi sono occupata di Turchia. Certo, fare il giornalista in Turchia non è facile, non è mai stato facile, sta diventato sempre, non pericoloso, ma più causa di disagio: perché le fonti fanno sempre più fatica a parlare, perché è sempre più difficile orientarsi, visto che ormai la verità ufficiale è quella che circola per la maggiore, quindi trovare qualcuno disposto a dire qualcosa fuori dal coro è sempre più difficile, e perché ovviamente si ha paura - ed è una paura che condivido con molti colleghi stranieri - che come ce la si è presa con i colleghi turchi, prima o poi arrivino anche a noi.