26 maggio 2017
Aggiornato 22:30
Ma deve fare i conti con l'Isis e... con Mosca

Afghanistan, Trump «novello Bush» vuole più soldati contro i talebani

Anche a Kabul si chiude l'era Obama, l'era dell'indecisione e dei ritiri annunciati e mai perseguiti. Dopo la super-bomba MOAB, Trump pensa di aumentare l'attivismo Usa in Afghanistan contro i talebani. A cosa porterà questa strategia?

Il presidente Usa Donald Trump. (© EPA/TANNEN MAURY)

NEW YORK - La notizia di un possibile cambio di strategia dell'amministrazione Usa in Afghanistan sta facendo rapidamente il giro del mondo. Ancora nessuna conferma ufficiale, beninteso, ma la decisione sul possibile rafforzamento della presenza a stella e a strisce nel Paese, ha sottolineato il segretario alla Difesa statunitense James Mattis, sarà presa «molto, molto presto».

Gli strafalcioni strategici di Obama
Un annuncio che sembra seguire quel filo rosso che sempre più evidentemente sta caratterizzando le prime mosse della presidenza Trump: parliamo dell'intenzione di segnare un distacco netto e visibile dal predecessore Barack Obama. Il quale – è innegabile – macchiò il proprio curriculum da Comandante in Capo proprio a causa di qualche «strafalcione strategico» di troppo sull'Afghanistan: dopo aver promesso in campagna elettorale un ritiro totale del contingente Usa entro il 2014, infatti, ha posticipato quella data più e più volte, fino ad arrendersi alla necessità di inviare nuovi soldati e di consegnare quel dossier pieno di macchie nelle mani del suo successore.

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Per Trump serve più impegno
Donald Trump, invece, sembra intenzionato a parlare chiaramente agli americani della situazione afghana, che, durante la campagna elettorale, era passata invece sotto silenzio: inutile illudersi che l'emergenza sia passata, sembra voler dire. Al contrario: la guerra non è finita e quella polveriera richiede anzi un maggior impegno da parte di Washington. Maggior impegno che potrebbe significare tra i 3.000 e i 5.000 soldati in più, che si aggiungerebbero agli oltre 8.000 già presenti, sotto l'egida della Nato, per «addestrare, consigliare e assistere» le forze afgane. Al conteggio bisogna aggiungere le forze speciali per operazioni di antiterrorismo contro i talebani e l'Isis.

Cosa cambierebbe
Nei piani della nuova amministrazione, però, non ci sarebbe solo l'invio di più soldati, ma anche un cambio di strategia, ricreando un ruolo più attivo per le proprie truppe. Secondo il piano, sarebbe il Pentagono, e non la Casa Bianca, a controllare il numero di soldati in Afghanistan; le autorità militari avrebbero inoltre maggiore libertà nel decidere di lanciare raid aerei contro i talebani. Si andrebbe quindi nella direzione di cancellare le restrizioni imposte dall'amministrazione Obama, che limitavano i movimenti dei consiglieri militari statunitensi sul campo di battaglia.

Dopo la MOAB
Maggiore attivismo, insomma, come già sembrava preannunciare la decisione di Trump di sganciare la MOAB, la «madre di tutte le bombe», nella parte settentrionale del Paese, al confine con il Pakistan. Un'azione la cui portata sembra essere stata decisamente sottovalutata dalla stampa mondiale e dalla comunità internazionale, sia sotto il profilo delle conseguenze concrete – sulle quali incredibilmente nessuno ha chiesto chiarimenti o proposto indagini –, sia per il suo significato più meramente simbolico: perché quella terribile bomba segnava un chiaro cambio di passo rispetto all'era del «re degli indecisi» Obama.

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Pugno duro con i talebani. Ma funzionerà?
Secondo il New York Times, il presidente Trump avrebbe già ricevuto il parere positivo dal Pentagono, dall'intelligence e dal dipartimento di Stato. Il piano, secondo il Washington Post, è sostenuto soprattutto dal consigliere per la Sicurezza nazionale, il generale H. R. McMaster, che in passato ha guidato gli sforzi anticorruzione in Afghanistan ed è stato uno degli architetti dell'incremento delle forze statunitensi in Iraq con il presidente George W. Bush. L'intento sarebbe quello di rompere una volta per tutte lo stallo che dura ormai da più di 15 anni. L'obiettivo sarebbe quello di fermare l'avanzata dei talebani e creare le condizioni necessarie per arrivare a un accordo di pace tra i ribelli e il governo afgano. Il dubbio, legittimo dopo un quindicennio di conflitto, è se quella militare, già ampiamente tentata dai predecessori di Trump, possa costituire una risposta efficace.

Cosa dicono i precedenti
Anche perché il bilancio di quel conflitto è sempre più spaventoso. Nel 2016 ci sono stati 11.418 casi di incidenti che includono, tra i civili, 3512 morti (tra cui 923 bambini) e 7.920 feriti (di cui 2.589 bambini). Il tutto, con un aumento del 24% rispetto al 2015. Le cifre attestano la situazione peggiore dal 2009 a questa parte, quando Unama ha cominciato a monitorare i costi umani della guerra civile afghana. E a fronte di 68 miliardi di dollari spesi da Washington per la sola assistenza dell'esercito afghano, gli unici indicatori di crescita riguardano l'economia dell'oppio e la corruzione.

Trump dovrà fare i conti con l'Isis e... con la Russia
Di certo, Trump dovrà fare i conti con due elementi da non sottovalutare: da un lato la presenza dell'Isis, che i talebani – ex alleati e ora nemici di Washington –, tentano di arginare; dall'altro il ruolo rivendicato dalla Russia. Perché Mosca ha recentemente ospitato un incontro internazionale sull'Afghanistan, con tutti i principali rappresentanti della regione (afgani, pakistani, cinesi, iraniani e indiani ). In quella occasione, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha dichiarato che i talebani devono essere inclusi in un dialogo costruttivo per trovare una soluzione al conflitto afgano, come al radicamento del gruppo Stato Islamico. Per la Russia, insomma, la via negoziale non è più procrastinabile. Così come non è più pensabile che sia Washington a stabilire unilateralmente le sorti del Paese, senza che Mosca rivendichi un ruolo.