27 aprile 2017
Aggiornato 16:30
'Senza l'euro la Germania dovrebbe temere l'Italia'

Quell'intervista del 2012 in cui Schulz si lasciò scappare la verità sull'euro e la Germania

Era il 2012: la crisi greca si faceva sempre più nera, in Italia c'era Mario Monti e gli eurocrati dipingevano l'austerity come l'unica medicina. E Martin Schulz rilasciò un'intervista a posteriori rivelatrice

L'ex presidente del Parlamento europeo e attuale candidato socialdemocratico alle elezioni tedesche Martin Schulz. (© EPA/FELIPE TRUEBA)

BERLINO - Era il 2012, quando l'allora presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, che oggi è il candidato socialdemocratico alle elezioni tedesche contro Angela Merkel, rilasciava un'intervista al quotidiano tedesco Der Spiegel. Era il periodo in cui l'establishment europeo presentava l'austerità come la medicina per ogni malanno, in cui la crisi greca cominciava a conquistare le prime pagine dei giornali, e in Italia al governo c'era il «tecnico» Mario Monti, impostoci dall'eurocrazia che ce lo presentò come il salvatore della patria. 

Il pragmatismo di Schulz sull'austerity
Martin Schulz, in quel periodo, era una voce fuori dal coro. Europeista convintissimo, non ammirava, però, le ricette a base di austerità. E, pur tedesco, riteneva che anche la Germania dovesse fare la sua parte. E non per spirito di carità: tutt'altro. Quello di Schulz era pragmatismo. Un pragmatismo piuttosto estraneo e inviso all'establishment teutonica.

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Tassi di interesse bassi ed eurobond
La ricetta che proponeva l'allora numero uno dell'Europarlamento aveva come ingrediente principale quello che poi sarebbe stato il cardine della politica monetaria di Mario Draghi: tassi di interesse più bassi. «Sì. Abbiamo bisogno di crescita economica in Europa, dobbiamo trovare una soluzione per i tassi di interesse eccessivi, che stanno rendendo difficile a molti paesi tenere sotto controllo il loro livello di debito. Questo è l’obiettivo fondamentale per i prossimi mesi», diceva. Il metodo migliore per farlo, a suo avviso, erano però gli «eurobond»: concetto che, anche oggi, è rimasto un tabù.

Debito
Anche sul debito, Schulz aveva le idee chiare. Partendo dal presupposto che Germania e Francia hanno violato le regole sul deficit, l'allora presidente del Parlamento europeo suggeriva l'istituzione di un fondo di ammortamento del debito o una concessione «delle autorizzazioni bancarie al Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), il fondo permanente di salvataggio, in modo che possa prendere a prestito denaro dalla BCE come qualsiasi altra banca»

Cosa accadrebbe se in Germania tornasse il marco?
Ma l'apertura di Schulz a una condivisione degli oneri dei Paesi del Sud non deve essere vista come un atto da buon samaritano. Piuttosto, era il risultato di una lucida analisi politica degli interessi della stessa Germania. Il concetto emerge chiaramente poco dopo, quando Schulz parla delle «alternative» alla soluzione appena proposta. E tali alternative, sostiene, corrisponderebbero sostanzialmente alla reintroduzione del marco tedesco. Cosa che, si lascia sfuggire, per la Germania sarebbe tutt'altro che vantaggiosa.

Berlino dovrebbe temere l'Italia...
«Sarebbe una valuta estremamente forte, che renderebbe le esportazioni tedesche molto più costose. L’industria automobilistica tedesca dovrebbe temere non più la Cina, ma la Francia e l’Italia, la Peugeot, la Citroën e la FIAT. La Germania diventerebbe troppo grande per l’Europa ma troppo piccola per il mondo. A questo dovrebbero pensare quelli che chiedono un’uscita della Grecia dall’eurozona»

Perché per la Germania l'euro è vitale (a danno degli altri)
Poche, semplici righe che contengono una «confessione». L'euro - è il sottotesto della risposta di Schulz - non conviene ai Paesi del Sud, ma di certo conviene alla Germania, perché ha permesso di dopare le sue esportazioni ai danni di Paesi quali la Francia e l'Italia. Un collasso dell'eurozona o un'uscita della Germania dall'euro implicherebbe una perdita cospicua a livello di esportazioni, specialmente nel campo - vitale per il Paese teutonico - dell'industria automobilistica. Ecco perché l'euro deve rimanere. 

L'annosa questione dei referendum sull'Europa
Ma non è tutto. C'è un altro passo interessante dell'intervista, su cui vale la pena dire due parole: quello in cui si arriva a parlare dell'annosa questione di un referendum sull'Europa. Nel 2012 la Brexit era ancora lontana, ma già allora cominciava a spirare il vento dell'euroscetticismo. E la primissima brezza si muoveva pure nell'europeista Germania, dove era in voga il dibattito a proposito dell'opportunità o meno che il Paese si facesse carico di aiutare i vicini più in difficoltà. Molti tedeschi erano contrari tanto nel caso della Grecia, quanto in quello dell'Italia, al punto che cominciavano a vedere di buon occhio una Germania più nazionalista e meno europea. E anche Sigmar Gabriel, allora capo della Spd, cominciava a considerare la possibilità di lasciar votare i tedeschi sull'Europa.

Un rischio, meglio non far votare gli europei
Una prospettiva che, però, letteralmente spaventava Schulz. «È un rischio. I referendum pongono sempre delle minacce quando si parla di politica europea, perché la politica europea è complessa. Sono sempre un’opportunità per quelle parti politiche alle quali piace semplificare le questioni», affermava. E al giornalista che gli chiedeva se non si fidasse della gente, rispondeva: «No, io mi fido, ma non è contrario alla democrazia essere scettici. I referendum sono uno strumento democratico, ma lo sono anche le decisioni raggiunte da una democrazia parlamentare. Sono per un’estrema cautela quando si tratta di referendum. Anche in Germania»

Quella bizzarra visione europea della democrazia
Anche questa risposta, con il senno di poi, si presta a qualche riflessione. Perché anticipa, di fatto, quello che sarebbe stato il (bizzarro) modo di pensare la democrazia più in voga in Europa negli anni a venire. Oggi, infatti, l'Ue ha più volte dimostrato di considerare «vittorie della democrazia» solo quei risultati in cui il popolo conferma il volere dell'establishment stessa. Altrimenti, non è più democrazia. In casi di rischio, dunque, meglio evitare inziative troppo «democratiche», come i referendum. Diversi commenti all'indomani della Brexit hanno confermato, negli ambienti europei, questa chiave di lettura. Lo stesso Jean-Claude Juncker si è lasciato scappare giudizi simili: come dopo il referendum costituzionale italiano, quando ha bollato come «irresponsabili» gli elettori che hanno votato no; o, poco dopo, quando ha chiesto ai leader europei di non indire più referendum sull'Europa. Per paura, naturalmente, che i cittadini avrebbero optato democraticamente per uscire dalla «gabbia»