27 aprile 2017
Aggiornato 16:30
L'intervista della Clinton di qualche ora prima dell'attacco Usa

Siria, questa volta Donald Trump e Hillary Clinton sono dalla stessa parte

Poche ore prima che Donald Trump decidesse di attaccare la base siriana, Hillary Clinton rilasciava un'intervista in cui si augurava che gli Usa bombardassero i campi di aviazione siriani

NEW YORK - In campagna elettorale sembravano l'uno l'opposto dell'altra. E sulla Siria avevano ricette antitetiche. La democratica Hillary Clinton ventilava un approccio più diretto rispetto a quello di Obama, con l'istituzione di una no-fly zone nel Paese e una definitiva presa di posizione a fianco dei ribelli e contro Bashar al-Assad. Il repubblicano Donald Trump si definiva lontano anni luce rispetto all'«interventismo umanitario», per così dire, della Clinton, e veicolava sapientemente l'immagine di un candidato Presidente isolazionista. No alle avventure belliche contro i «terribili dittatori», priorità assoluta alla lotta all'Isis. E soprattutto la ripresa del dialogo con Mosca.

La linea rossa
Gli inizi di Trump parevano assestarsi su questa linea, perlomeno nei loro aspetti fondamentali. Poi, il repentino cambio di direzione. Il casus belli è stato il presunto attacco chimico a Idlib, in Siria, di cui l'Occidente non esita ad accusare Assad. E' la «linea rossa» che il regime aveva già valicato (secondo la versione occidentale) nel 2013, e che avrebbe potuto provocare la reazione di Obama. In quel caso, gli Usa si fermarono grazie all'opera diplomatica di Mosca. In questo caso, la nuova amministrazione non ha esitato a sganciare le bombe.

Più vicini che mai
Ora, Donald Trump e Hillary Clinton non sembrano più antitetici come un tempo apparivano. Lo dimostra l'intervista rilasciata al New York Times dall'ex candidata dem in occasione del Women in the World Summit, intervista in cui Clinton ha colto l'occasione per definire le «inteferenze russe» nelle presidenziali americane «peggio del Watergate».

L'intervista di Hillary Clinton
Sulla Siria, l'ex segretario di Stato che ordinò l'intervento in Libia ha rivendicato la sua posizione dura nei confronti di Bashar al Assad espressa all'epoca dell'amministrazione Obama. «Credo che saremmo dovuti essere più determinati nel confronto con Assad», ha dichiarato. «Sono convinta che avremmo dovuto allora e dovremmo oggi impedire che i campi di aviazione siriani vengano usati per bombardare bambini innocenti e per raccogliere gas sarin». La candidata ha anche ricordato di aver sostenuto l'instaurazione di una no-fly zone prima di lasciare il suo ruolo, soluzione che Obama ha rifiutato.

A poche ore dalla decisione di Trump
Le parole della Clinton sono giunte due giorni dopo le ultime vicende siriane, proprio mentre il presidente Trump sventolava la possibilità di una risposta statunitense. Almeno apparentemente, insomma, i due ex candidati sembrano trovarsi oggi dalla stessa parte: contro Assad e i russi e più che disposti a valutare opzioni militari.

3 interpretazioni sulla mossa di Trump
Più difficile capire che cosa si nasconda dietro l'iniziativa di Trump. Daniele Scalea, direttore dell'IsAG, propone tre letture. Un'ipotesi potrebbe essere che l'evidente pressione di politica e apparati ostili al riavvicinamento con Mosca (oltre all'indagine dell'Fbi) abbia provocato l'improvviso shift, rappresentativo dell'indebolimento dell'ala più «trumpiana» del partito a favore di quella più legata all'establishment repubblicano. Oppure, si potrebbe pensare che l'azione di Trump sia più simbolica che sostanziale (si veda la puntuale evacuazione della base prima dell'attacco), dimostrativa del fatto che i tempi di Obama sono finiti, e che oggi gli Stati Uniti rivendicano la propria capacità di far sentire la propria voce nel mondo. In questo caso, inoltre, Trump potrebbe aver voluto mandare un messaggio: gli Usa sono pronti a tornare sul campo e a riprendere le fila della storia, e vogliono avere voce in capitolo in Siria. Infine, l'operazione potrebbe essere stata di mera facciata, motivata dalla volontà di distinguersi dall'incertezza di Obama, «colpevole» di aver lasciato incancrenire la crisi.