28 marzo 2017
Aggiornato 10:00
Ma gli obiettivi di Theresa May sono ambiziosi

Brexit, la «cura» comincia a fare effetto: immigrazione già in calo

Appurato che, contrariamente a quanto qualcuno ventilava, di Brexit non si muore, arrivano i primi dati positivi per il governo May: l'immigrazione, infatti, è già in calo

LONDRA - I mesi che hanno preceduto la Brexit sono stati caratterizzati da una campagna a dir poco apocalittica: crisi economica, isolamento, invasione di cavallette e quant'altro erano gli scenari previsti in caso di divorzio tra Londra e Bruxelles. Prospettive nettamente ridimensionatesi - come spesso avviene - quando lo scenario è divenuto realtà: oggi, nonostante il processo politico di abbandono dell'Ue si stia rivelando (come ampiamente prevedibile) piuttosto difficile e turbolento, l'Apocalisse non sembra più realisticamente imminente come, fino a qualche mese fa, si ventilava. Dati alla mano, poi, le conseguenze di quel voto tanto atteso e temuto sembrano tutt'altro che drammatiche.

Gli obiettivi del Regno sull'immigrazione
Si prenda, ad esempio, l'immigrazione. Un argomento divenuto, per il Regno, particolarmente caldo nei mesi precedenti la Brexit, al punto da guadagnarsi un certo peso nella campagna referendaria e, molto probabilmente, anche nel risultato del voto. Già nel 2014, l'allora premer britannico David Cameron annunciò di voler ridurre il flusso in entrata di cittadini Ue nel Paese, praticando una stretta sui sussidi di disoccupazione. E il suo ministro Nick Clegg indicò a 100mila l'obiettivo dei nuovi ingressi annui nel Paese. Ancora nel 2015, l'allora ministro dell'Interno Theresa May annunciò nuove restrizioni per bloccare l'immigrazione comunitaria, ventilando la possibilità che, senza un contratto di lavoro a monte, non sarebbe più stato possibile entrare nel Regno, «a caccia» degli appetitosi assegni di disoccupazione.

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Primi dati confortanti
Se insomma uno degli obiettivi di Londra, nel chiedere il «divorzio» da Bruxelles, era quello di ridurre il flusso di immigrati che ogni anno raggiungono il Paese, i dati indicano che, da dopo il referendum, il Regno sta andando proprio in quella direzione. Si è infatti ridotta l'immigrazione cosiddetta «netta», cioè la differenza fra quanti espatriano e quanti arrivano, con un'evidente inversione di tendenza: nei dodici mesi intercorsi tra il settembre 2015 e il settembre 2016, il numero di ingressi sono scesi a 273 mila, con un calo di 50 mila rispetto all'anno precedente.

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Meno di 300mila per la prima volta in 4 anni
Il dato è quasi storico, visto che è la prima volta che si scende sotto la quota dei 300mila. Un risultato certamente incoraggiante per il governo di Theresa May, il cui obiettivo è però ancora più ambizioso: raggiungere la soglia dei 100mila. Più nel dettaglio, si osserva un aumento di 19 mila immigrati, per un totale di 74 mila, provenienti da Romania e Bulgaria, la cifra più alta mai raggiunta in un singolo anno dai due Paesi. Contemporaneamente, però, nei tre mesi successivi al referendum 12 mila polacchi sono tornati in patria. Quanto ai cittadini Ue, si è registrata un'autentica corsa a richiedere il permesso di residenza a tempo indeterminato (201mila richieste nel 2016, a fronte di 92mila nel 2015), sulla scia del timore che, con l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue, le leggi possano diventare più restrittive: attualmente, servono cinque anni di continua residenza nel Regno Unito per poter ottenere la residenza a tempo indeterminato, primo passo per un'eventuale richiesta di cittadinanza britannica.

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Le politiche della May per ridurre gli ingressi
Il governo di Theresa May, però, non si accontenterà di tale risultato, pur confortante. Secondo i media locali, Downing Street starebbe infatti considerando di ridurre drasticamente i benefit per gli immigrati, e di concedere visti pluriennali per i lavoratori migranti in settori chiave come parte degli sforzi intesi a ridurre gli ingressi nel Regno. Tra le proposte sul tavolo, ai nuovi arrivati potrebbero essere concessi visti di cinque anni se hanno un lavoro, ma potrebbe essere loro negato di rivendicare eventuali benefit durante quel periodo. Una Commissione preposta valuterà esattamente quanti visti concedere in settori chiave (ingegneria del software, assistenza sanitaria e sociale, agricoltura, ospitalità, tutti settori fortemente dipendenti dalla presenza di immigrati).

No panic
Contemporaneamente, l'esecutivo è impegnato a non creare panico a livello internazionale, con il ministro per la Brexit David Davis pronto ad assicurare, durante una visita in Estonia, che le porte della Gran Bretagna non verranno «improvvisamente serrate». Dal canto suo, il segretario di Stato per gli affari interni Amber Rudd ha specificato che, con il divorzio da Bruxelles, non ci sarà un «crollo drammatico» nell'immigrazione, e ha annunciato che l'esecutivo dovrà mettere a punto un nuovo sistema di accoglienza entro l'estate. Di certo, il piano di Downing Street dovrà equilibrare le esigenze del mercato del lavoro interno, i pur necessari rapporti di «buon vicinato» con gli europei e la chiara volontà di ridurre gli ingressi. Ma, a giudicare dalle prime avvisaglie, il divorzio da Bruxelles sembra destinato a facilitare il raggiungimento di quest'ultimo obiettivo.