30 aprile 2017
Aggiornato 01:00
Segnali contrastanti

Il disgelo con la Russia: una missione impossibile anche per Trump?

Sono state giornate febbrili e ricche di sollecitazioni per le relazioni tra Usa e Russia. Nessuna svolta, molti segnali contrastanti. Sullo sfondo, le pressioni di chi, quel disgelo, proprio non lo vuole

WASHINGTON - Sono stati giorni febbrili, cruciali, turbolenti, per le relazioni tra Stati Uniti e Russia. Chi si attendeva un miglioramento netto e tempestivo con il passaggio di consegne alla Casa Bianca rimarrà deluso. Perché le ultime ore sono state caratterizzate da aperture al dialogo, dietrofront repentini, segnali di disgelo e di nuovo cautela. Al punto che, alla stampa che gli chiedeva se Vladimir Putin fosse rimasto «deluso» da Trump, il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov rispondeva con una certa prudenza, sottolineando che «non c'è nulla di cui essere delusi», innazitutto perchè a Mosca nessuno si è fatto illusioni anzitempo.

Bloomberg: il Cremlino cambia approccio mediatico?
Altro indizio di un clima quantomeno teso giunge da Bloomberg News, che giura che il Cremlino avrebbe ordinato ai media di stato di porre fine alla copertura molto positiva riservata al presidente Donald Trump. Vero o no, di certo è un ulteriore segnale che la «primavera» tanto vagheggiata da alcuni e paventata da altri tra l'amministrazione Trump e Mosca tardi ad arrivare. Gli ostacoli, probabilmente, sono molto più grandi di quanto ci si aspettasse.

La «bomba» Flynn
Lo dimostra il caso di Michael Flynn, obbligato a rassegnare le proprie dimissioni dopo che la stampa ha svelato i suoi contatti imprudenti con l'ambasciatore russo. Una leggerezza di troppo da parte di Flynn, che però non deve oscurare l'altra faccia della questione: come hanno fatto i media a entrare in possesso di quelle intercettazioni? E perché hanno deciso di pubblicarle? Domande che pochi si pongono, forse per il contraccolpo che le risposte potrebbero infliggere alla «più grande democrazia al mondo». L'impressione è che le trascrizioni in possesso dell'Fbi e delle agenzie di intelligence ancora controllate da Obama siano state conservate per essere sfoderate al momento più opportuno, ovviamente con lo scopo di danneggiare la nuova amministrazione. Amministrazione che – qualcuno lo dimentica spesso –, pur con tutte le sue criticità, è il risultato del gioco democratico.

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Quel cambio di passo sulla Crimea
Sarà forse un caso, ma dopo lo scoppio della «bomba Flynn», da Trump è giunta una clamorosa retromarcia sulla questione ucraina, e su quanto affermato in precedenza in relazione alla Crimea. Perché il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha dichiarato: «Il presidente Trump ha fatto sapere molto chiaramente che si aspetta dalla Russia la restituzione della Crimea all'Ucraina e la riduzione delle violenze». Salvo poi aggiungere: «Allo stesso tempo, si aspetta fortemente e desidera andare d'accordo con la Russia».

Tra Tillerson e Lavrov, l'incognita Ucraina
La crisi ucraina, insomma, rimane il nodo più difficile da sciogliere nelle relazioni tra Usa e Russia, come ha dimostrato, di fatto, lo stesso attesissimo incontro tra il segretario di Stato Usa Rex Tillerson e il suo omologo russo Sergey Lavrov a margine del G20 di Bonn. Un incontro che ha registrato un clima apparentemente distensivo, ma che si è concluso con un poco (se non nulla) di fatto. Da un lato, infatti, i due ministri hanno retoricamente concordato sulla necessità di lavorare assieme, laddove gli interessi delle due potenze siano coincidenti. L'ha detto esplicitamente Lavrov. «E' chiaro che non possiamo regolare tutti i problemi e io penso che potenze di questa grandezza non possono mai sistemare tutto», ha ammesso secondo la tv televisione russa. «Ma - ha continuato - noi abbiamo tutti la consapevolezza che, laddove i nostri interessi coincidano, e questo accade spesso, dobbiamo procedere». Dal canto suo, Tillerson ha però avvertito Mosca di «rispettare gli accordi Minsk», che hanno stabilito il cessate-il-fuoco e il ritiro delle armi pesanti nell'Ucraina orientale.

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Mattis: la Nato rimane fondamentale
Pressoché nelle stesse ore, a Bruxelles, l'incontro dei ministri della Difesa dell'Alleanza atlantica vedeva il «debutto» di James Mattis, il «cane pazzo» di Trump. Che ha confermato la posizione del tycoon sulla necessità di aumentare la spesa della Difesa e l'impegno degli Stati membri, ma che ha anche ribadito l'importanza che la Nato ricopre per la politica estera statunitense. Le bordate del tycoon sulla natura «obsoleta» dell'Alleanza sembrano, insomma, un ricordo lontano.

L'attivismo dell'Alleanza nel Mar Nero
Anche perché la decisione presa dai partecipanti al vertice e annunciata dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg è stata quella di rafforzare la presenza transatlantica nel Mar Nero per condurre esercitazioni, addestramenti, oltre a «una funzione di coordinamento della Forza navale stanziale per operare assieme alle altre forze alleate». La Nato ha quindi fatto il punto sullo schieramento delle forze di deterrenza in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, dove stanno arrivando truppe ed equipaggiamenti per i quattro battaglioni multinazionali che, ha specificato Stoltenberg, «saranno pienamente operativi a giugno». Una dimostrazione, ha detto il Segretario, «dell’unità e della risolutezza della Nato e manda un chiaro messaggio ad ogni aggressore potenziale». Naturalmente, non si è fatta attendere la reazione del Cremlino, che interpreta come una provocazione le nuove mosse della Nato in un'area strategica per Mosca come quella del Mar Nero. «Il contenimento della Russia è ufficialmente la nuova missione della Nato, l’ampliamento ulteriore del blocco è indirizzato a questo scopo», ha detto il Presidente russo.

Mattis difende la «posizione di forza» degli Usa
Un ulteriore termometro della tensione tra Usa e Russia è stato il botta e risposta a distanza tra James Mattis e il titolare della Difesa russo Sergey Shoigu. Perché, davanti ai suoi omologhi della Nato, Mattis ha di fatto affermato che gli equilibri con Mosca non subiranno alcun cambiamento sostanziale: gli Stati Uniti e la Nato, ha detto, «devono essere realisti nelle aspettative ed essere sicuri che le diplomazie negozino in posizione di forza»«Anche se Stati Uniti e Alleanza cercano di lavorare con la Russia, allo stesso tempo dobbiamo difenderci se la Russia sceglie di agire contro il diritto internazionale». Mattis ha poi specificato che, per ora, nonostante le offerte di Mosca, è troppo presto per attuare la tanto ventilata cooperazione militare (contro l'Isis). Il titolare del Pentagono ha anche aggiunto che, prima di una collaborazione con gli Stati Uniti e la Nato, la Russia dovrebbe «dimostrare» di voler seguire le leggi internazionali. Con un velato ma evidente riferimento alla crisi ucraina.

La risposta di Mosca
Dichiarazioni a cui il Ministro russo ha risposto con un eloquente comunicato: ogni iniziativa americana di dialogo con Mosca «fondata su un rapporto di forza» condurrà al fallimento. «Siamo pronti a stabilire un partenariato con il Pentagono. Ma i tentativi di imbastire questo dialogo su un rapporto di forza con la Russia non ha alcun futuro», ha spiegato.

Un quadro ricco di chiaroscuri
Siamo di fronte, dunque, a un scenario complesso e ricco di chiaroscuri. Da un lato ci sono le inequivocabili dichiarazioni di apertura di Trump, rilasciate nel corso della campagna elettorale e non solo; dall'altro, l'inedito e straordinario fuoco incrociato contro il tycoon in merito ai suoi presunti legami con la Russia o a quelli di uomini della sua amministrazione; in mezzo, il naturale passaggio dai proclami elettorali alla cruda realtà della politica, per di più in un contesto così ricco di pressioni. Di certo, ciò che ne emerge è un quadro difficilmente decifrabile, perlomeno per ciò che riguarda le tendenze future. Se il lascito dell'amministrazione Obama pesa come un macigno (e continua a mostrare i propri strascichi), un ulteriore fattore di rischio è l'indubbia imprevedibilità del nuovo Presidente. Elementi che emergono dalle eloquenti parole del portavoce del Cremlino: «Voglio ricordarvi che da mesi mettiamo in chiaro che non intendiamo indossare gli occhiali rosa e non abbiamo mai nutrito inutili illusioni. Quindi non abbiamo niente di cui essere delusi»