24 marzo 2017
Aggiornato 18:30
Ora la palla passa ai Parlamenti statali

Ceta: un regalo alle multinazionali, un colpo alla democrazia

C'è chi l'ha definito un «colpo di stato silenzioso». Di certo, il Ceta è molto di più di un semplice trattato di libero scambio. E' un regalo alle lobby, alle multinazionali e alla finanza sregolata

BRUXELLES – E' stata una maggioranza trasversale del Parlamento europeo quella che, con 408 voti favorevoli, 254 contrari e 33 astensioni, ha definitivamente approvato il Ceta, il trattato di libero scambio tra Europa e Canada. Toccherà ora ai Parlamenti statali esprimersi sulla questione, una questione di cui l'opinione pubblica è stata tenuta tenacemente all'oscuro. Nonostante questo, 3.300.000 firme sono state raccolte dal basso per fermare il trattato, altra notizia che quasi nessuno ha dato e davanti alla quale la Commissione europea ha fatto orecchie da mercante. Perché il Ceta è molto più di un semplice «trattato di libero scambio»: i suoi scopi vanno ben oltre la semplificazione delle procedure e l'abbattimento delle barriere per favorire gli scambi commerciali da una parte all'altra dell'Oceano. Le sue implicazioni sono molto più profonde e sfaccettate. Riguardano temi come l'ambiente, la salute, la finanza, la concorrenza. In ultima istanza, riguardano la tenuta stessa delle nostre democrazie occidentali.

Un colpo di stato silenzioso?
Se n'é accorta Kristien Pottie, autrice di un documentario che fotografa efficacemente la portata delle conseguenze di quel voto a Strasburgo. Un documentario che, proprio dal titolo, si pone la domanda più difficile e più centrata di tutte: «Ceta, un colpo di stato silenzioso?». Potrà sembrare esagerato, ma la questione è proprio questa. E lo dimostrano, tra le altre cose, l'assoluto riserbo con cui sono state condotte le trattative, e il silenzio quasi omertoso di cui i media hanno ricoperto la vicenda.

Che cosa è il Ceta, che cosa non è
Ma che cos'è davvero il Ceta? Di certo, possiamo dire ciò che non è: non è un trattato pensato per tutelare gli interessi dei cittadini. Sembrerà un cliché, ma gli unici interessi tutelati sono quelli delle multinazionali europee e canadesi, specialmente quelle riunite nel gruppo di lobbying «Europe Rountable for Business», che comprende nomi altisonanti quali Alstom, Siemens, GSK, Mercedes. Il loro obiettivo è quello di modificare le politiche europee e canadesi a proprio vantaggio; la loro fortuna è quella di aver trovato nella politica un'interlocutrice attenta e generosa (anche grazie al meccanismo, ben noto in Europa, delle «porte girevoli»).

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Negoziati segretissimi riservati alla Commissione Ue
I negoziati sono stati condotti in gran segreto dalla Commissione europea, grazie a una possibilità prevista dal Trattato di Lisbona: quest'ultimo, infatti, consente alla Commissione di sedersi ai tavoli negoziali senza il controllo del Parlamento europeo, e quindi senza alcuna trasparenza nei confronti dei cittadini. Una circostanza che, già di per sé, spinge a interrogarsi sulle ripercussioni che trattati come il Ceta hanno sulla stessa democrazia.

La questione dell'arbitrato
Democrazia che, di fatto, viene messa a rischio dall'elemento forse più controverso di tutto il trattato: quello dell'arbitrato. Il Ceta introduce di fatto corti di arbitrato specifiche per le multinazionali, che possono così citare in giudizio uno Stato se ritengono che un determinato provvedimento sia lesivo dei propri interessi. La circostanza contraria, invece, non può avvenire, nemmeno in casi gravi come l'evasione fiscale. Secondo gli oppositori del Ceta, i sistemi giudiziali in Europa, Canada e Stati Uniti sarebbero sufficientemente maturi e indipendenti per giudicare nell'ambito di cause di questo tipo. La questione, in realtà, travalica il Ceta, e riguarda in generale i grandi trattati di libero mercato. Il TTIP, ad esempio, prevede lo stesso meccanismo, denominato ISDS, «Investor-state dispute settlement». Meccanismo su cui la stessa Angela Merkel aveva espresso qualche dubbio, provocando le forti reazioni del mondo del business europeo e americano e della Commissione europea.

Due precedenti
Esempi delle conseguenze del ricorso a questo sistema sono noti e numerosi. Si può ricordare il caso della Slovacchia, condannata a risarcire per 22 milioni di dollari la società di assicurazione tedesca Achmea. Il governo slovacco aveva infatti promesso in campagna elettorale di limitare i costi di assicurazione sanitaria, per permettere al maggior numero possibile di cittadini di accedervi. E ancora, il Canada è stato condannato a pagare 13 milioni di dollari alla società Usa Ethyl, perché il Governo ha tentato di impedire l'aggiunta di sostanze tossiche al gasolio, sostanze prodotte da Ethyl. In tutti i casi, si tratta di milioni di dollari di danni, che arrivano direttamente dalle tasche dei contribuenti.

L'enorme potere demandato agli investitori
Nel caso del Ceta, l'ISDS è stato sostituito dall'ICS, l'"Investment Court System», ma la sostanza non cambia. I trattati di libero scambio come il TTIP e il Ceta istituzionalizzano, di fatto, un sistema che travalica i sistemi giudiziari statali, creando un «super-tribunale» che trascende le garanzie democratiche di cui le istituzioni statali sono garanti. Tale nuovo livello di cooperazione finisce per dare vita a una super-commissione tra Europa e Canada, in grado anche di bloccare proposte di legge considerate svantaggiose, prima che arrivino al Parlamento. Il tutto, ovviamente, nell'interesse delle multinazionali, visto che il 90% dell'attività di lobbyng è condotta da queste ultime. Il Ceta, insomma, sancisce il dovere degli Stati di rispettare le esigenze degli investitori, concedendo a questi ultimi un potere enorme non solo nell'intentare cause e chiedere risarcimenti milionari, ma anche nell'orientare le politiche dei Paesi.

Ripercussioni su salute e ambiente
Tutto ciò, ovviamente, ha ripercussioni potenzialmente enormi su temi come l'ambiente e la salute, rispetto ai quali le multinazionali hanno tutto l'interesse ad abbassare gli standard vigenti. Si pensi all'uso degli ormoni negli allevamenti, ai pesticidi, ma anche agli OGM. Già nel 2003 il Canada ritenne le politiche europee sulla questione una potenziale «barriera» al libero commercio, rivalendosene di fronte al WTO. Nel 2006, la sentenza ha sancito l'impegno dell'Ue a creare spazi di discussione per rimuovere tali ostacoli. Un trattato come il Ceta, di fatto, istituzionalizza questo meccanismo e lo rende legalmente vincolante.

Un regalo alla finanza
Ma quel che è peggio è che il sistema dell'arbitrato viene applicato anche al settore della finanza: in questo modo, le banche potranno intentare cause contro gli Stati che tentano di regolare il sistema finanziario. Anche in questo caso, i precedenti sono noti: in Belgio, un azionista cinese della Fortis Bank ha intentato una causa contro lo Stato, che ha nazionalizzato quell'istituto, cosa che a suo avviso era contaria ai suoi interessi. In Repubblica Ceca è accaduto l'esatto contrario: una banca ha chiesto un risarcimento perché lo Stato ha deciso di non procedere al suo salvataggio.

Il Ceta limita la messa in sicurezza del sistema finanziario
Cosa prevede il Ceta in campo finanziario? Nulla di buono: perché, di fatto, legalizza molti dei «cortocircuiti» che hanno causato o peggiorato la crisi del 2008. Il trattato, ad esempio, impedisce di dividere le banche cosiddette «too big to fail», quelle cioè considerate troppo grandi, nelle rispettive economie, per essere private dell'intervento pubblico in caso di fallimento. In pratica, agli Stati viene impedito di imporre limitazioni sull'ammontare delle azioni di una banca. Non solo: viene anche vietato loro il controllo permanente del movimento dei capitali. Questo, di fatto, impedisce ad esempio di imporre una Tobin Tax sulla speculazione finanziaria, decisione che potrebbe essere contestata in sede di arbitrato internazionale. Proibito anche imporre a una banca una forma giuridica. Il Ceta prescrive inoltre il risarcimento degli investitori in caso di nazionalizzazione di un istituto.

Chi ha vinto, e chi ha perso
Un quadro, come si vede, decisamente più complesso di come ce lo descrivono. Anche perché tutte queste criticità non saranno necessariamente compensate dalla tanto agognata «crescita economica». A rimetterci, infatti, sarà tutto quel prezioso microcosmo di piccole e medie imprese tanto fondamentali per stimolare l'economia reale. A vincere con il voto del Parlamento europeo, insomma, sono state le lobby e le multinazionali. Il tutto a discapito della democrazia, dei diritti e degli interessi dei cittadini.