27 febbraio 2017
Aggiornato 15:00
Dopo le dimissioni di Michael Flynn

Trump come la Raggi: due vittime «inesperte» della vendetta del Sistema

Donald Trump come Virginia Raggi: un paragone azzardato? Di certo, entrambi eletti per rivoluzionare il sistema, sono oggi vittime della vendetta dello stesso. Che ai suoi nemici non perdona errori e inesperienza

WASHINGTON - L'amministrazione di Donald J. Trump perde i primi pezzi, a poche settimane dal suo insediamento ufficiale. La prima testa a cadere è stata quella di Michael Flynn, il Consigliere alla sicurezza nazionale del presidente Donald Trump, fin da subito nel mirino dei media per i suoi presunti legami con la Russia dell'odiato Vladimir Putin. Ed è proprio questo - il suo rapporto con Mosca - ad essergli stato fatale. Il tutto è accaduto in meno di 96 ore: prima le rivelazioni «ad orologeria» della stampa sui «contatti inappropriati» che Flynn avrebbe intrattenuto con la Russia, quando ancora Trump non si era insediato; quindi i tentativi, non troppo convinti, di negare; poi le dimissioni. Ad essergli contestati, in particolare, alcuni colloqui telefonici con l'ambasciatore russo a proposito dell'annosa questione delle sanzioni, proprio mentre Barack Obama ordinava, a dicembre, un loro rinnovo.

I colloqui segreti con l'ambasciatore russo
Nella sua lettera di dimissioni, in effetti, Michael Flynn ha riconosciuto di avere «inavvertitamente ingannato il vice presidente eletto (Mike Pence) e altre persone con informazioni incomplete su (i suoi) colloqui telefonici con l'ambasciatore della Russia». Al quale avrebbe in pratica «assicurato» che l'amministrazione Trump sarebbe stata molto più indulgente di quella del suo predecessore. Secondo il Washington Post e il New York Times, quotidiani sin dall'inizio critici nei confronti di Trump, questi colloqui sarebbero stati potenzialmente illegali.

L'autodifesa, e poi la resa
Fattore aggravante, secondo la ricostruzione dei media,il fatto che Flynn abbia indotto in errore il suo stesso entourage, in particolare Mike Pence, il futuro vice presidente, negando, a inizio gennaio, che la conversazione con l'ambasciatore avesse avuto come oggetto il tema sanzioni, un'affermazione ripresa pubblicamente da Mike Pence. Sollecitato per sapere se il presidente Trump fosse al corrente che Flynn avesse discusso di sanzioni con l'ambasciatore russo, il portavoce Sean Spicer è stato categorico ieri: «No, assolutamente no». Così, dopo un iniziale tentativo di respingere le accuse a suo carico, con il presidente Trump pronto a ribadire la fiducia nel suo Consigliere, dopo che ore di silenzio Flynn si è arreso. Al suo posto, è stato designato ad interim il generale in pensione Joseph Kellogg.

Flynn cade sui suoi rapporti con Mosca (guardacaso)
La prima «testa» dell'amministrazione Trump è dunque caduta proprio sul tema che più è stato sbandierato dagli oppositori per attaccarlo: la sua presunta vicinanza con la Russia di Vladimir Putin. Quella Russia che, nella narrazione del precedente Presidente, è stata sempre descritta come la minaccia numero uno per la sicurezza degli Stati Uniti. Flynn, in particolare, era l'uomo che, proprio in virtù di una sua pressoché accertata familiarità con Mosca, più avrebbe incarnato il cambio di passo tanto temuto dall'establishment.

Trump come la Raggi
C'è anche chi, nell'interpretare quanto sta accadendo al di là dell'Oceano, azzarda un paragone ardito con le vicende di casa nostra. «Donald sta per finire come Virginia Raggi?», si chiede provocatoriamente il giornalista Maurizio Blondet, sottolineando un inquietante parallelismo tra la sventurata sindaca pentastellata della Capitale e il Comandante in Capo della Superpotenza. Un paragone azzardato ma, pur con le dovute differenze e cautele, legittimo. Perché, ad accomunare Trump alla Raggi, se non altro, c'è proprio quel tema fondamentale di «lotta al sistema» su cui entrambi, in modo diverso, hanno costruito il proprio successo politico. Con il risultato che entrambi si sono conquistati la fiducia dell'elettorato, ma hanno anche guadagnato, al contempo, numerosi e potenti nemici.

La guerra della magistratura
La magistratura, scrive Blondet, è un «tarlo» per entrambi: si veda la guerra ingaggiata dai giudici americani contro il Muslim ban, dopo che nessun giudice e nessun giornalista aveva avanzato alcuna critica al bando (più ridotto e circostanziato, bisogna ammetterlo) agli iracheni promulgato da Obama. Quella stessa magistratura che, in Italia, ha aperto un fascicolo su Paola Muraro, assessore all'Ambiente della Raggi, causando la prima vera crisi della sua amministrazione.

Muraro e Flynn, i due più esperti
Le vicende di Muraro e Flynn presentano dunque, per Blondet, alcune analogie. Flynn è stato certo ingenuo e imprudente, ma era uno dei pochi, nell'amministrazione Trump, a conoscere a fondo la macchina burocratico-militare. Anche l'ex assessore all'Ambiente della Capitale, in virtù della sua esperienza, avrebbe dovuto rappresentare la punta di diamante del team. E il fatto che siano state proprio le loro teste a cadere dovrebbe indurre una riflessione: perché in entrambi i casi si è trattato di una grave perdita per le due amministrazioni, che si caratterizzano entrambe, per così dire, per l'innegabile «inesperienza» di chi le conduce.

Trump e Raggi: gli inesperti che vogliono la rivoluzione
Inesperienza che la Raggi, rimasta infelicemente ingarbugliata nelle vicende dei collaboratori Marra e Romeo, ha largamente dimostrato; ma lo stesso si potrebbe dire di Trump. Blondet non si esime dall'analizzare criticamente alcune sue mosse: come lo stesso Muslim ban, che ha mancato di colpire il reale finanziatore del terrorismo, l'Arabia Saudita, con cui Trump continua invece ad intrattenere ottimi rapporti. Non solo: a Riad il tycoon ha promesso di inasprire le sanzioni all'Iran, bollato come «centrale del terrorismo islamico» da Flynn. Lo stesso colloquio con Vladimir Putin avrebbe dimostrato la scarsa competenza del nuovo Presidente a proposito del piano Start, che gestisce la riduzione reciproca e controllata delle testate nucleari.

La vendetta del sistema
Le criticità, insomma, ci sono, ma in entrambi i casi, per la Raggi come per «The Donald», l'accanimento dei media e del «sistema» è stato evidente e sproporzionato: e questo perché, scrive Blondet, entrambi sono stati eletti sulla promessa di rivoluzionare il «sistema» stesso. Che quindi li ha presi di mira, con tutti i propri apparati tecnici e burocratici. Facile governare negli interessi dell'establishment: quest'ultimo, di tutta risposta, garantirà protezione e sostegno. Ma se ti opponi, prosegue Blondet, «non puoi permetterti dilettantismi, superficialità, distrazioni dallo scopo principale». Come le tristi vicende di Virginia e Donald, «nani insufficienti di statura» per attuare missioni da «gigante», ci stanno dimostrando.