27 febbraio 2017
Aggiornato 15:00
Globalizzazione e flussi migratori

Per capire il muro con il Messico dobbiamo capire come il Messico è stato (volutamente) disintegrato

Come l'economia messicana è stata distrutta negli anni ottanta dal Nafta. La risposta all'invasione dei disoccupati messicani fu la stessa di Donald Trump

WASHINGTON - Una visione della storia completa, che non si riduca alle roboanti firme del presidente Trump, amplificate da una campagna mediatica che osserva trepidante il dito che si muove nell’aria, ignara dell’enorme disco lunare. Questo sarebbe indispensabile. Il muro, il Nafta, il narcotraffico, la politica neoliberista, Clinton, Obama, Bush: gli ingredienti che compongono il denso grumo che prende il nome di «muro con il Messico» sono molteplici, e in tempi recenti sono occasione propizia per fare un bilancio dell’ideologia che ha attraversato il mondo negli ultimi trent'anni.

Il Messico distrutto da FMI e finanza statunitense
Come si generano le migrazioni di massa? La crisi globale degli anni Settanta colpì duramente il Messico, che decise di seguire politiche di deficit spending volte a nazionalizzare il settore pubblico travolto dai debiti. Fu un processo globale, rivendicato: il mondo bipolare, la divisione ideologica, nonché una crisi sovra produttiva profonda, generarono un sistema economico incardinato sulla centralità della finanza pubblica: in Messico e non solo. Si poteva seguire una via alternativa? No. Lo stato messicano, per salvare la popolazione dalla carestia, decise quindi di allargare il proprio agire, ma per farlo dovette chiedere prestiti alle banche di New York, invase a quei tempi da dollari in arrivo dalle monarchie del Golfo Persico.

La crisi finanzaria strutturale che ha piegato l'America latina
Quando la Fed, per ordine del suo banchiere centrale Paul Volcker decise di alzare il tasso di interesse per abbattere l'inflazione interna, nonché per demolire la produzione estera, il debito del Messico esplose: la bancarotta giunse nel 1982. Buona parte dell’America latina piombò in una crisi finanziaria strutturale. Due anni dopo, nel 1984, la Banca Mondiale garantì un prestito al Messico in cambio di riforme neoliberiste, il nuovo presidente De la Madrid aderì al GATT e mise in atto un programma d'austerità con effetti terribili sui salari, provocando un’impennata della disoccupazione che presto si trasformò in criminalità. Centinaia di imprese pubbliche furono privatizzate e vendute per ripagare il debito: si manifestarono violente proteste sociali che vennero represse con brutalità.

Crescono i cartelli della droga
Più l’economia sana si avvitava più cresceva l’influenza dei cartelli criminali, ormai complementari, o alternativi, a quelli colombiani. Una enorme massa di disoccupati disposti a tutto, nonché mossi da un viscerale anti americanismo, ingrossavano le fila dei narcos. All’inizio degli anni Novanta giunse una nuova cura: Salinas, presidente neo eletto, portò a compimento gli accordi per la creazione del NAFTA e privatizzò ulteriormente il settore pubblico: le aziende controllate dallo stato passarono da 1200 a 300. Il Nafta ebbe un impatto molto più significativo del GATT, ed è interessante notare che Salinas vinse le elezioni del 1988 grazie a una mega frode ormai riconosciuta. Tutto veniva svenduto, finendo nella mani di pochissimi magnati.

1994: l'annus horribilis del Nafta
Il 1994 è cruciale per la storia del continente americano: entra in vigore il Nafta, l’Accordo di «libero» commercio nord-americano tra Stati uniti, Canada e Messico. La cura produce un effetto: l’invasione dei prodotti statunitensi sul mercato messicano, beni a basso costo perché sostenuti da ingenti contributi pubblici. La produzione, nonché il consumo, interna crolla. Si intensifica quindi il processo migratorio da sud a nord: milioni di disoccupati messicani non sanno più come sopravvivere all’invasione del made in Usa. Il Messico diventa un centro di produzione e smistamento della cocaina, sempre più florido e potente. Prende forza una nuova mafia, feroce e affaristica, che pervade l’intera struttura istituzionale. In quindici anni il Messico viene distrutto, e così iniziano flussi migratori verso il nord ricco. Ci pensa il "democratico" Bill Clinton a risolvere il problema: mentre il Nafta annienta l’economia messicana, lui inizia la costruzione del muro nel 1994.

Un muro amato da molti
Dopo Bill Clinton è la volta di George Bush: anch’egli finanzia e realizza un’ulteriore porzione di muro. Il 29 settembre 2006 al Senato degli Stati uniti si vota il «Secure Fence Act»: il progetto del presidente Bush non è uno scherzo, perché prevede l’innalzamento di «barriere fisiche» lungo 1100 km di confine, fortemente presidiate, per impedire gli «ingressi illegali» di lavoratori messicani. I senatori democratici dell’Illinois son due: Richard Durbin, vota «No»; l’altro invece vota «Sì»: il suo nome è Barack Obama. Voto favorevole anche da parte di Hillary Clinton.