28 marzo 2017
Aggiornato 21:30
A Mosca presto una conferenza internazionale

L'Afghanistan dopo Obama. Tra talebani e Isis, cosa farà Donald Trump?

L'Afghanistan ha salutato l'era Obama con un bilancio bellico spaventoso, il peggiore degli ultimi anni. E mentre Mosca si prepara a ospitare una conferenza internazionale sulla crisi, cosa farà Donald Trump?

Il presidente Usa Donald Trump. (© Action Sports Photography / Shutterstock.com)

KABUL – E' con nuovi, drammatici strascichi di una guerra senza fine, che L'Afghanistan ha detto addio all'era Obama e salutato l'arrivo del nuovo Presidente. Prima l'attentato suicida alla Corte Suprema di Kabul, rivendicata dall'Isis; quindi, l'uccisione di sei membri del Comitato Internazionale della Croce Rossa, davanti alla quale i talebani hanno declinato ogni responsabilità. Sullo sfondo, l'ultimo rapporto Unama, che squarcia definitivamente il velo delle illusioni: ogni anno che passa, le vittime civili aumentano. Nonostante le ripetute e disattese promesse di Obama di mettere fine al conflitto ereditato da George W. Bush, insomma, la guerra, chiaramente, non è finita.

Un bilancio di vittime spaventoso
Il bilancio è spaventoso. Nel 2016 ci sono stati 11.418 casi di incidenti che includono, tra i civili, 3512 morti (tra cui 923 bambini) e 7.920 feriti (di cui 2.589 bambini). Il tutto, con un aumento del 24% rispetto al 2015. Le cifre attestano la situazione peggiore dal 2009 a questa parte, quando Unama ha cominciato a monitorare i costi umani della guerra civile afghana.

Raid sempre più numerosi e sanguinosi
Dal rapporto si apprende anche che il 61% dei civili sono rimasti uccisi in attentati fatti dai talebani o dall’Isis, mentre il restante 39% è il risultato degli attacchi effettuati con i mortai da parte dell’esercito di Kabul o dai raid dell’aviazione internazionale. A questo proposito, ci sarebbe stato un netto incremento, addirittura del 99% rispetto al 2015, delle morti civili causate da raid aerei: stiamo parlando, in pratica, di quelle bombe intelligenti che la coalizione a guida Usa sgancia sul Paese dal 2001 a questa parte. Si allarga così il numero dei morti civili dall’inizio del conflitto, arrivando a toccare quota 25.000.

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Cosa cambia con Trump?
Un dossier drammatico e bollente, come si vede, che approda nelle mani del terzo Presidente degli Stati Uniti da quando questa guerra è cominciata. Come si comporterà Donald Trump? Difficile dirlo. L'Afghanistan, a differenza di Iraq e Siria, è stato pressoché assente dalla sua narrazione elettorale, ma di certo non potrà che guadagnarsi l'attenzione del nuovo Comandante in Capo, visto che la guerra più lunga mai combattuta dagli Usa, per ora, ha registrato soltanto risultati disastrosi. A fronte di 68 miliardi di dollari spesi da Washington per la sola assistenza dell'esercito afghano, gli unici indicatori di crescita riguardano l'economia dell'oppio e la corruzione.

La lettera dei talebani a Trump
Un bilancio che non è sfuggito neppure ai talebani, contro cui gli Stati Uniti sono scesi in campo 15 anni fa, ma che controllano ancora almeno un terzo del territorio. Il movimento afghano ha così indirizzato all'attenzione presidenziale una lettera aperta, in cui hanno accusato Washington di aver perso ogni credibilità dopo aver speso tre miliardi di dollari per ottenere i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. L’unica conseguenza tangibile, hanno proseguito i talebani, sarebbe stata piuttosto la distruzione materiale del Paese e della popolazione. Il riferimento implicito è alla campagna del Vietnam, inutilmente dispendiosa tanto a livello economico, quanto per vite umane. In questo senso, per il movimento talebano, la responsabilità di porre fine al conflitto sta tutte sulle spalle del nuovo Presidente. Perché, ricordano, l'Afghanistan è una nazione prostrata non da 15, ma da ben 38 anni di guerra. In effetti, è dal 1979, quando i sovietici arrivarono sul suolo afghano, che il Paese dell'Asia centrale è dilaniato dai combattimenti.

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Trump non riporterà a casa i soldati americani
Difficile, però, che Trump, che pure in campagna elettorale ventilava posizioni orientate al disimpegno, decida effettivamente di riportare a casa gli scarponi americani. E' vero che Kabul non figura nella lista dei 7 Paesi da cui l'immigrazione è stata bandita, e che la prima telefonata tra il tycoon newyorchese e il primo ministro Ghani è stata abbastanza amichevole. Tuttavia, in vista di un possibile scontro con l'Iran, l'Afghanistan, e soprattutto, le sue basi aeree, sono un elemento strategico fondamentale per gli States, da conservare a ogni costo.

Il compromesso con i talebani
Contemporaneamente, la crescente presenza dell'Isis nel Paese trova una sponda proprio nei talebani. La prosecuzione di un processo negoziale con il gruppo, dunque, già iniziato nel 2007 ma arrestatosi dopo il cambio di leadership, resta una prospettiva auspicabile. L'alternativa all'inclusione e al compromesso è la prosecuzione della conflittualità, che, come si vede, in 15 anni ha prodotto solo risultati drammatici. Lo ha capito la Cina, che ha tutto l'interesse di garantirsi un territorio stabile al di là delle proprie frontiere; lo ha capito la Russia, che anche sul dossier afghano si sta ritagliando un ruolo diplomatico di primo piano.

La conferenza sull'Afghanistan a Mosca
Mosca ospiterà infatti a metà febbraio un incontro internazionale sull'Afghanistan con i rappresentanti dei Paesi della regione. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato, secondo Ria Novosti, che è stato «confermato ai nostri colleghi afghani l'invito a un altro incontro sulla risoluzione (del conflitto), che si terrà a Mosca a metà febbraio con la partecipazione di rappresentanti russi, afgani, pakistani, cinesi, iraniani e indiani». Lavrov ha anche aggiunto che «i talebani devono essere inclusi in un dialogo costruttivo" per trovare una soluzione al conflitto afgano, come al radicamento del gruppo Stato Islamico. Lavrov si è poi augurato di "stabilire una relazione migliore» con gli Usa sulla questione, con il neopresidente Usa Donald Trump, «che non sia ostacolata da circostanze non hanno nulla a che fare con la situazione, come è avvenuto con la precedente amministrazione», avrebbe detto, secondo Sputnik. E in effetti, l'inviato speciale del Presidente russo per il Paese asiatico, Zamir Kabulov, ha fatto sapere che Mosca è pronta a invitare Washington a partecipare alla conferenza. Per ora, insomma, non resta che attendere le future mosse di Trump. Che avrebbe tutti gli interessi a rilanciare il ruolo diplomatico della «superpotenza" nella crisi, assumendosi l'onere (pesantissimo) di coordinare gli attori in gioco e dare concretezza a un processo di pace. Obiettivo che Obama ha mancato clamorosamente.