24 marzo 2017
Aggiornato 18:30
L'ex segretario di Stato artefice dell'incontro tra Nixon e Mao Zedong

Il ritorno di Kissinger. Obiettivo: il disgelo tra Usa e Russia (per isolare Pechino)

Il 93enne volto della destra americana, già segretario di Stato per Nixon e Ford, Henry Kissinger, sarebbe pronto a tornare in campo. Per guidare Trump nel disgelo con Mosca, in funziona anti-cinese

Il 93enne ex segretario di Stato americano Henry Kissinger. (© EPA/ANDREAS GEBERT)

WASHINGTON - A volte ritornano. Nonostante l'età non certo «tenera». Si moltiplicano le voci che vorrebbero Henry Kissinger, 93enne ex segretario di Stato sotto Richard Nixon e Gerard Ford, storico volto del partito repubblicano statunitense, pronto a «sussurrare» all'orecchio del nuovo presidente Donald Trump. Kissinger aveva già fatto sentire la sua voce non molto tempo fa, sottolineando gli errori imputabili a Barack Obama nella gestione della crisi ucraina. Imputandogli non tanto (come altri repubblicani hanno fatto) un'eccessiva prudenza, quanto, al contrario, un'incapacità di riconoscere i vantaggi di un asse Mosca-Washington che andasse nella direzione di «integrare» la Russia, e quindi di normalizzare i rapporti. 

Il piano di Kissinger
Un pensiero sostanzialmente coerente con la linea da sempre ventilata da Trump, anche lui, in questo senso, un repubblicano «a modo suo». Così, l'ex segretario di Stato quasi centenario sarebbe l'uomo deputato a mettere a punto una strategia che possa favorire il disgelo tra le due rivali Mosca e Washington. Un disgelo che possa contemporaneamente assolvere a un ruolo di riequilibrio rispetto alle preoccupanti ambizioni di Pechino. Un'alleanza con la Russia, in pratica, per rimettere al suo posto la Cina. Sì, ma come?

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Riavvicinamento alla Russia
Innanzitutto, Kissinger potrebbe suggerire a Trump di ripartire da dove tutto (o quasi) è cominciato: la crisi ucraina. Sì, dunque, a un riconoscimento della Crimea russa e a una sospensione delle sanzioni economiche che Obama e l'Ue hanno promulgato contro Kiev. Quindi, il terreno di cooperazione tra le due potenze sarebbe quello mediorientale, con un'intesa sulla lotta al terrorismo in Siria e una rimodulazione della strategia americana in Libia, dove Trump potrebbe andare nella direzione di approvare il comando di Haftar nella Cirenaica. Il tutto, con l'obiettivo non tanto di avallare l'ormai assodata tendenza a un mondo multipolare, quanto, piuttosto, di erodere l'asse strategico tra Mosca e Pechino. Che per Washington e l'Occidente potrebbe rivelarsi piuttosto pericoloso.

Mattis e Tillerson vicini a Kissinger
Del resto, sono diversi gli uomini del team di Trump ad essere «legati» a Kissinger. Come lo stesso generale James Mattis, che fino al 2016 sedeva insieme all'ex segretario di Stato nel consiglio della società Theranos, che si occupa di alta tecnologia medica. O ancora, Rex Tillerson, attuale segretario di Stato considerato, come Kissinger, vicino alla famiglia Rockefeller. Tillerson e Kissinger fanno inoltre parte dell’influente Center for Strategic and International Studies, il CSIS di Washington. 

Kissinger, l'artefice dell'incontro tra Nixon e Mao Zedong e amico di Putin
Resta da indagare il «paradosso» storico che vede l'artefice dello storico incontro, nel 1972, tra Nixon e Mao Zedong oggi impegnato in un riavvicinamento con Mosca in funzione anti-cinese. Quasi un cinquantennio anni fa, al contrario, gli Usa erano interessati a riallacciare i rapporti con la Cina, interrottisi nel 1949, soprattutto in chiave di contenimento anti-sovietico. E se con Vladimir Putin Kissinger conserva, secondo quanto riferito dal portavoce del Cremlino Peskov, «un'amicizia di lunga data», l'ex segretario di Stato americano gode anche di un certo prestigio nella Repubblica Popolare Cinese. Dove, non a caso, si è recato di nuovo lo scorso dicembre, per incontrare il presidente Xi Jinping che necessitava di qualche spiegazione in merito alla strategia di Trump sul commercio estero.

Xi Jinping chiede conto a Kissinger
Secondo quanto riportato dai media, la risposta di Kissinger al Presidente cinese sarebbe stata eloquente: «Questo presidente eletto – avrebbe confidato l'ex segretario di Stato a Xi – è unico nella mia esperienza, perché non ha assolutamente un bagaglio di obblighi verso alcun gruppo particolare, è diventato presidente sulla base della sua strategia […]. Occorre evitare di insistere a inchiodare Trump a posizioni che ha tenuto in campagna elettorale sulle quali non insisterà da Presidente». Come a voler sottolineare, insomma, l'assoluta «imprevedibilità» del nuovo Comandante in Capo, resa evidente dal «pasticcio» con Taiwan e dalla conseguente messa in discussione (così, almeno, è stata dipinta) della politica dell'«una sola Cina» di cui lo stesso Kissinger si è sempre fatto sostenitore.

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La priorità di Kissinger
In ogni caso, secondo le indiscrezioni che circolano sulla stampa, la priorità dell'ex segretario di Stato sarebbe una sola: scongiurare il pericolo che gli Usa siano alla lunga relegati in una condizione di subalternità da un'alleanza tra Mosca e Pechino, alleanza che, anche attraverso le ambiziose iniziative cinesi (come la Via della Seta e l'Asian Infrastructure Investiments Bank) potrebbe finire per attrarre non solo alcuni Paesi del Pacifico, ma anche la stessa Europa. Sulla quale, del resto, la Cina tenta non da ieri di irradiare la propria influenza finanziaria.

Realpolitik
Una realpolitik, quella di Kissinger, basata sul concetto cardine di «contenimento» oggi come allora, con un unico, significativo, shift: il Paese individuato come la principale minaccia per la supremazia geopolitica degli Stati Uniti. Paese che cinquant'anni fa era la Russia, oggi è rappresentato da Pechino. Resta da vedere se la strategia di Kissinger funzionerà, e se l'astuta Mosca «abboccherà» all'amo. Anche alla luce del progressivo deteriorarsi dei rapporti tra Stati Uniti e Iran, che dal Cremlino hanno già commentato piccatamente. Oltretutto, se un disgelo con Washington, per i russi, può essere certamente vantaggioso, dopo il progressivo deterioramento delle relazioni che ha caratterizzato l'era Obama, allo stesso tempo l'asse (pur, per ora, contingente) con il Dragone rimane indubbiamente strategico. Soprattutto in un mondo sempre più multipolare, e sempre meno avvezzo a subire l'assoluta supremazia statunitense.