29 aprile 2017
Aggiornato 17:30
La via inaugurata da Pierre Trudeau, e seguita dal figlio Justin

Il proverbiale multiculturalismo del Canada comincia a traballare?

Dopo la strage di Quebec City, ci si potrebbe chiedere se il proverbiale multiculturalismo canadese à la Trudeau, portato come indiscusso modello in Europa e in tutto il mondo, non stia dando i primi segni di cedimento

Il premier canadese Justin Trudeau. (© Art Babych / Shutterstock.com)

OTTAWA - Appena dopo che il presidente americano Donald Trump ha annunciato la sua decisione di bloccare gli arrivi di rifugiati da 7 Paesi islamici per 90 giorni, scatenando proteste in tutto il mondo, uno dei primi a replicare è stato il primo ministro canadese Justin Trudeau. Il quale, già ampiamente noto per le sue posizioni «aperte» in materia di immigrazione, sui suoi social network ha voluto dire chiaramente la sua: «A tutte le persone in fuga da persecuzioni, terrore e guerra, i canadesi vi daranno il bevenuto, indipendentemente dalla vostra fede religiosa. La diversità è la nostra forza».

Dal «muslim ban» alla strage di Quebec City
Un post che ha ovviamente riscosso un enorme successo sul web e non solo, dato che in questi giorni non si parla d'altro che del cosiddetto«muslim ban». Tanto più che Ottawa ha subito annunciato il rilascio di permessi di soggiorno temporanei ai cittadini dei 7 Paesi musulmani indicati nel decreto del tycoon. All'incirca nelle stesse ore, in una moschea di Quebec City, si consumava un attentato che ha ucciso 6 persone e ferite altre 8. Unico sospettato per la strage al centro islamico, uno studente bianco 27enne, che la stampa ha descritto come un simpatizzante dell'estrema destra e, in particolare, di Donald Trump e Marine Le Pen. 

Justin, il giovane carismatico che si batte per l'accoglienza
Un tragico episodio che sembra offuscare l'immagine di un Paese da ogni parte citato come modello vincente di accoglienza e multiculturalismo, in un'epoca dove le strategie d'integrazione adottate in Europa sembrano fare acqua da tutte le parti. Trudeau, giovane leader carismatico progressista che ha seguito le orme politiche del padre, ha fatto della diversità e della multiculturalità uno dei manifesti programmatici della propria politica, proprio sulla scia della proverbiale apertura del Canada verso i nuovi arrivati. Al punto da scegliere, lo scorso 10 gennaio, Ahmed Hussen, un rifugiato somalo, come ministro per le Politiche per l'immigrazione, i rifugiati e la cittadinanza. Del resto, Trudeau ha definito il proprio esecutivo una «fotografia» del Paese, visto che vi sono rappresentate tutte le minoranze: dai nativi ai disabili.

Nel modello canadese si apre una falla
Eppure, sotto la raffica di quei colpi di pistola, il modello tanto decantato si è infranto all'improvviso. O, perlomeno, ha mostrato chiaramente le sue falle, prima di oggi pressoché ignorate. Non a caso, l'episodio è stato un autentico shock per la popolazione del Quebec, che non assisteva a una sparatoria del genere da ben 28 anni a questa parte, ma anche per tutto il resto del Paese. Basti ricordare il celebre documentario «Bowling for Columbine», in cui Michael Moore descriveva il Canada quasi come l'Eden in terra, un Paese sicuro dove la gente dimentica di chiudere a chiave la porta della propria abitazione e dove, nonostante come negli Usa si possano tenere armi, non avvengono le terribili stragi che continuano a insanguinare il suolo a stelle e strisce.

Pierre Trudeau, il padre politico del multiculturalismo canadese
Fu proprio il padre di Justin Trudeau, il liberale Pierre, il «padre politico» del multiculturalismo canadese. Un multiculturalismo che affonda le proprie radici, se così si può dire, nel pragmatismo. Soprattutto in relazione alle (mai del tutto sopite) ambizioni separatiste del Quebec, contro cui Trudeau padre si scontrò violentemente nel 1970, quando membri del Fronte di Liberazione del Québec (FLQ) rapirono prima il console britannico James Cross, poi il ministro provinciale del Lavoro Pierre Laporte, che fu ucciso giorni dopo. La risposta del Primo ministro fu molto dura, con il War Measures Act, che attribuiva al Governo ampissimi poteri di arresto e detenzione senza processo. Nel 1984, i nazionalisti uscirono sonoramente sconfitti nel referendum sull'indipendenza del Quebec, referendum che vide Trudeau vigorosamente schierato per il no alla secessione.

Dal biculturalismo al multiculturalismo
Anni duri, nei quali, però, il padre dell'attuale premier individuò una strada: quella di privare il Quebec del suo status «speciale», modificando nei fatti l'assetto culturale e sociale dell'intera nazione. Non tanto un «biculturalismo», dunque, ma un «multiculturalismo», che svuotasse di legittimità le richieste degli indipendentisti: quella francofona, insomma, sarebbe stata solo una delle tante identità culturali su cui il Canada si sarebbe fondato. Non a caso, Pierre, esponente del Partito liberale, si rifaceva a quel liberalismo alle cui criticità il multiculturalismo ha cercato di fornire una risposta, mostrandosi più propenso a riconoscere l'importanza dell'identità culturale nella costruzione dell'identità personale, e a introdurre soluzioni di accomodamento politico che ne tutelassero il valore.

La sconfitta dei nazionalisti del Quebec
Una via di fatto seguita da Trudeau jr., via che, in merito alla questione del Quebec, ha in parte dato i suoi frutti: non a caso, nelle elezioni del 2014, a uscire vincitore è stato il Partito liberale, e i separatisti, che due anni prima prevalsero senza però conquistarsi la maggioranza assoluta, ne sono usciti evidentemente sconfitti.

Justine Trudeau: nessuna cultura predominante
Justine ha perseguito questa via fino alle sue estreme conseguenze. Lo scorso settembre, ad esempio, negava l'esistenza di una vera e propria «identità canadese», affermando che «non esiste una cultura predominante in Canada» e che il Paese sarebbe «il primo Stato post-nazionale del mondo». Una dichiarazione palesemente in contrasto con la tendenza sempre più diffusa, a livello europeo ed extraeuropeo, al recupero dell'identità nazionale e dei valori del focolaio, e alla dichiarata priorità degli interessi degli autoctoni rispetto a quelli sovranazionali. Una lettura che si scontra, di fatto, con le pur storicamente ineccepibili radici europee – per di più tipicamente anglosassoni – del Paese a Nord degli States, radici testimoniate dall'araldica nazionale che riporta il leone inglese e l'unicorno scozzese.

No all'assimilazione
Anche i comunicati presenti sul sito del Governo incoraggiano la lettura «iper-multiculturalista»: si specifica, ad esempio, che «le politiche e le leggi riconoscono le diversità del Canada riguardo alla razza, cultura, etnia, religione, Paese d’origine, e garantiscono a tutti gli uomini e le donne completa libertà di coscienza, pensiero, espressione». Sottolineando peraltro come non esista «nessuna pressione all’assimilazione e alla rinuncia della propria cultura, gli immigrati scelgono liberamente la loro nuova cittadinanza, perché essi stessi vogliono essere canadesi. Come canadesi, condividono i valori della democrazia con tutti gli altri concittadini».

Assenza di identità e ghettizzazione
Così, la difesa di ogni identità culturale come componente essenziale dell'identità degli individui rischia, paradossalmente, di rovesciarsi nell'assenza di identità, se non addirittura nella ghettizzazione. Il riconoscimento che il multiculturalismo vorrebbe garantire a ogni singola cultura presente sul territorio, di fronte alla grande pluralità creata dalle migrazioni degli ultimi decenni, rischia infine di creare isole. Soprattutto perché il concetto di «cultura» su cui quella teoria si fonda è messo in crisi, innanzitutto, dalle caratteristiche sociologiche dell'attuale fenomeno migratorio. Così, evitare la violenza dell'assimilazione può rovesciarsi nella violenza dell'isolamento e dell'alienazione.

Quebec City: un segnale?
Non a caso, un recente sondaggio mostra come il 68% dei canadesi vorrebbe che gli immigrati si impegnassero maggiormente a integrarsi con la cultura d'arrivo. La stessa domanda è stata posta a un campione di americani, e la percentuale è scesa al 53%. In effetti, il «melting pot» statunitense si mostra più propenso, rispetto a quello canadese, all'assimilazione. Le stesse città canadesi, pur per molti versi prese a modello, non sono però esenti da veri e propri «ghetti», quei ghetti che in Europa abbiamo imparato a conoscere almeno a partire dalla rivolta delle banlieue parigine. Su queste basi, è forse lecito chiedersi se la strage di Quebec City possa costituire non semplicemente una tragica eccezione, quanto un segnale. Un segnale che la politica farebbe bene a non ignorare.