26 aprile 2017
Aggiornato 02:00
A che punto è la guerra ingaggiata 16 anni fa da Bush?

Afghanistan, il ritorno dei talebani. Ma la verità è che non se ne sono mai andati

Mentre si avvicina la fine della presidenza di colui che promise di porre fine al conflitto afghano, il Paese rimane profondamente instabile. E i talebani, nonostante la «guerra al terrorismo», controllano ancora una buona fetta di territorio

A che punto è la lotta contro i talebani in Afghanistan? (© Kenzo Tribouillard (AFP/File))

KABUL - L'ultimo attentato che ha insanguinato Kabul, provocando la morte di circa 38 persone e il ferimento di un'ottantina, mostra che quella che si consuma in Afghanistan è una guerra forse dimenticata, ma certamente ancora in corso. A rivendicare l'attentato, compiuto con una bomba e un kamikaze, i talebani: coloro contro cui George W. Bush, dopo l'11 settembre, dichiarò guerra ormai 16 anni fa, ma che oggi sembrano ancora godere di discreta salute. L'avventura bellica a stelle e strisce non sembra aver apportato la stabilità tanto anelata nel Paese, tanto che il Presidente che avrebbe dovuto riportare a casa gli scarponi americani ha finito per congedarsi dalla Casa Bianca con ancora 10mila uomini sul terreno, e un ultimo invio di 300 marines nell'Helmand, dove gli americani hanno combattuto fino al 2014.

I talebani ci sono ancora, e nell'ultimo anno sono più forti
L'ultimo rapporto SIGAR (l'americano Special Inspector General for the Reconstruction of Afghanistan) non fa che confermare quanto i sempre più frequenti attacchi terroristici lasciano intuire senza neppure bisogno di tanti dati: i talebani non solo ci sono ancora, ma sono ancora in forze. Nonostante 70 miliardi di dollari di investimenti nell'apparato di sicurezza afghano, soltanto il 63% dei distretti del Paese possono considerarsi sotto il controllo o l'influenza del Governo centrale: percentuale addirittura diminuita dal novembre 2015, quando i dati ufficiali indicavano un 72%. Le forze afghane sono ancora incapaci di mettere in sicurezza il territorio del Paese, e la corruzione è un cancro che toglie ulteriore legittimità alle istituzioni.

Narcotraffico
Altra questione fondamentale, quella della sostenibilità degli investimenti americani (circa 115 miliardi di dollari) nei programmi di ricostruzione. Kabul è infatti ancora incapace di sostenere e mettere a frutto tali investimenti, sia dal punto di vista finanziario che funzionale, in mancanza di un continuo e costante supporto del donatore straniero. Senza contare l'annosa questione del narcotraffico: la produzione di oppio è ancora tra le prime al mondo, e il narcotraffico continua a finanziare l'insurrezione afghana. Dietro ai dati ufficiali, peraltro, si nasconde una realtà ancora più spaventosa: l'intervento occidentale, cioè, non ha per nulla ostacolato, ma paradossalmente ha favorito il rifiorire del traffico di droga.

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Le responsabilità occidentali nel rifiorire del narcotraffico
Un rifiorire dovuto anche alla decisione degli occidentali, per assicurarsi la vittoria sul campo, di allearsi proprio con quei «signori della droga» che il governo del Mullah Omar aveva cacciato dal Paese o innocuizzato, così come aveva fatto con le bande di predoni che durante la guerra civile avevano infestato l’Afghanistan. Secondo l'inchiesta di Enrico Piovesana, infatti, se nel 2002 la produzione di oppio in Afghanistan è crollata a 185 tonnellate, oggi si toccano punte di 5.000, 6.000, 7.000 tonnellate l’anno e Kabul produce il 93% dell’oppio mondiale.  Non solo: l'inchiesta di Piovesana ha anche appurato come siano stati spesso gli stessi militari Nato, insieme ai soldati del cosiddetto esercito «regolare» e alla corrottissima polizia, a entrare nelle case e nei terreni dei contadini poveri, prendere l’oppio anche con la violenza (con la scusa della lotta al traffico di stupefacenti), per poi andare a raffinarlo in eroina nelle raffinerie che un tempo erano oltre confine e oggi sono a decine nello stesso Afghanistan. La guerra dell'oppio, insomma, non sarebbe tanto imputabile ai talebani, come vorrebbe la vulgata tradizionale, ma – spaventoso a dirsi – ai «ricostruttori» occidentali.

Gli aiuti occidentali
Se questo è il panorama generale, sul fronte della lotta ai talebani il Paese ha ancora una lunga strada davanti. Il governo di Ashraf Ghani si è insediato due anni fa con un aspetto «bicefalo»: perché, oltre a Ghani, un ruolo di primo piano è stato ritagliato da parte degli americani – veri artefici del nuovo governo – a  Abdullah Abdullah, ex mujaheddin. L'ultima conferenza di Bruxelles sull'Afghanistan – dello scorso ottobre – ha promesso nuovi aiuti al Paese: l'Ue, in particolare, oltre al suo programma 2014-20 da 1,4 miliardi, ha aggiunto oltre 200 milioni annui per due anni dal 2017 per sostenere l’agenda del governo Ghani. Tutto ciò, oltre ai 3 miliardi promessi dagli Usa, dovrebbe alleviare l'indigenza del Paese, ma perché si arrivi alla stabilità, purtroppo, serve molto altro.

In cambio
La generosità di Europa e Stati Uniti non è, tuttavia, un assegno in bianco. In cambio, Kabul dovrà garantire agli Usa le basi militari del territorio e, de facto, il controllo dell'intero Paese, mentre con Bruxelles ha firmato un controverso accordo che facilita la deportazione di un numero definito di migranti afghani nelle zone «più sicure» del Paese. Rimane un tabù, invece, la necessità di aprire un reale processo negoziale con i talebani, che però continuano a vedere nella costosa presenza militare straniera il principale ostacolo a sedersi intorno a un tavolo.

I negoziati impossibili
L'annosa questione dei negoziati è una storia infinita fatta di vari tentativi e molti passi indietro. Uno degli ostacoli rimane la dialettica interna del movimento talebano, che oppone fronti più disponibili al dialogo politico a fronti più intransigenti. La vecchia guardia talebana, quella che include esponenti dell'Emirato islamico rovesciato dagli americani nel 2001, ha fatto pervenire a Ghani due condizioni: la condivisione del potere e la modifica della Costituzione. Quest'ultima ha fatto arenare i negoziati: anche perché, in mancanza di concessioni significative da parte del governo centrale, la parte più intransigente rimane ferma su una posizione di riluttanza. E' vero però che, a dispetto delle divisioni nel processo di pace, per la prima volta nei mesi scorsi i talebani si sono dotati di un accordo strategico militare tra i loro tre fronti principali, tanto che l'offensiva della scorsa primavera ha evidenziato una tendenza alla sincronizzazione delle forze mai vista prima. D'altra parte, è venuto meno il sostengo di uno dei principali finanziatori dei talebani, insieme al Pakistan, la Cina, e anche con Islamabad la tradizionale fiducia è venuta progressivamente meno.

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I tentativi di ottobre
Lo scorso ottobre, si è diffusa la notizia di colloqui di pace tra talebani e governo, notizia smentita dai primi, e confermata da fonti ufficiose del secondo. A tali incontri, avrebbero partecipato per il governo afgano il National Security Advisor del presidente Ghani,  Mohammad Hanif Atmar e Mohammad Masum Stanekzai, a capo del National Directorate of Security (NDS, i servizi afgani). Per i talebani, sarebbe stato presente tra gli altri mullah Abdul Manan Akhund, fratello di mullah Omar. Infine, secondo alcune indiscrezioni sarebbe intervenuto anche un diplomatico americano, circostanza indirettamente confermata dall'ambasciata a Kabul.

Una situazione disperata
L'ultimo rapporto dell'Asia Foundation a proposito della percezione della realtà in Afghanistan certifica quanto l'instabilità sopradisegnata abbia forti conseguenze sulla popolazione. L'insicurezza in aumento, i tanti morti civili, le enormi sfide economiche imprimono una sconfortante traiettoria discendente sull'umore nazionale. E' dal 2013 che la curva tende sempre più al basso: solo il 29,3% degli afgani intervistati nel settembre 2016 ritiene che il Paese si stia muovendo nella giusta direzione, la più bassa percentuale dall'inizio dell'indagine (2003). Il livello di paura è elevatissimo: il 69,8% degli aghani teme per la propria incolumità personale. Ecco il risultato, tanto triste quanto sostanzialmente ignorato dalle cronache mainstream, di un quindicennio di guerra.