26 aprile 2017
Aggiornato 02:00
Dopo l'ultimo dossier compromettente su Trump

Isteria anti-russa: l'ombra della Cia per affossare Trump

L'ultimo dossier compromettente (non verificato) sui rapporti tra Trump e Mosca rafforza l'impressione che tra l'intelligence americana (supportata da ampi settori della politica) e il nuovo Presidente sia in corso una guerra

WASHINGTON - «Sembra Pulp Fiction» ma «va preso con senso dell'umorismo». Il Cremlino sceglie di commentare con leggerezza l'incredibile escalation di tensione che si sta consumando nei rapporti con gli Usa, da quando, per la prima volta mesi fa, da Washington si è cominciato a puntare il dito contro Mosca, accusandola degli attacchi hacker avvenuti ai danni del partito democratico. Da allora, è stato un susseguirsi di accuse e smentite, colpi bassi, ritorsioni dell'ultimo minuto, rapporti diffusi dall'intelligence Usa e roboanti titoli da prima pagina. Il tutto, mentre si addensavano ombre sulla testa di Donald Trump, accusato di essere stato «favorito» dalle presunte cyber-iniziative del Cremlino per i suoi «ambigui» rapporti con la "nemica" Russia.

Il dossier compromettente su Trump
Ed ora, a 10 giorni dal suo ufficiale insediamento alla Casa Bianca, spunta un clamoroso dossier decisamente compromettente per il successore di Barack Obama. Un documento messo insieme da un ex agente dell'intelligence britannica, notoriamente preparato per ambienti politici rivali a Trump, e che avrebbe per oggetto non solo gli stretti legami tra il Presidente eletto e la Russia, ma anche materiale (personale e finanziario) decisamente scottante sul magnate newyorkese. Materiale, si dice, che sarebbe finito nelle mani di Mosca e che renderebbe pertanto Trump ricattabile. Tutte informazioni, bisogna sottolinearlo, non confermate, riconosciute anche dal sito che le ha pubblicate integralmente BuzzFeed (piattaforma non certo pro-Trump) in parte certamente infondate e in ogni caso ricche di errori. Eppure, l'intelligence Usa sembra voler concedere una certa attenzione a quei documenti, già mostrati preventivamente sia a Obama che a Trump. Al punto che c'è chi ventila l'apertura di un'indagine da parte dell'Fbi.

Cosa si sa per certo
Ciò che si sa certamente è che quel dossier è composto da memo scritti durante l'ultimo anno elettorale almeno. A crearli è stata una spia britannica ormai in pensione per conto di una società di ricerca di Washington, a sua volta pagata prima dai repubblicani contro Trump e poi dai sostenitori della sua rivale, la candidata democratica Clinton. L'autore è considerato dai funzionari americani come un agente affidabile con molta esperienza in Russia, ma quanto da lui riferito pare essere difficilmente verificabile e in parte già smentito.

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Trump: clima da caccia alle streghe
Dal canto suo, Trump ha risposto con un tweet al vetriolo, definendo quelle informazioni «fake news» e denunciando un clima da caccia alle streghe. «Non avrebbero mai dovuto consentire che queste notizie false fossero diffuse ai media. E' un ultimo colpo contro di me» ha scritto su Twitter. «Viviamo forse nella Germania nazista?» si è chiesto. «La Russia non ha mai tentato di usare leve contro di me» ha detto Trump. Il Presidente eletto ha ricordato che Mosca ha definito le indiscrezioni «una completa e totale invenzione, assoluto nonsenso».

Isteria inaudita
Pulp Fiction, fake news, caccia alle streghe, nazismo. Di certo, l'isteria che si respira a Washington è palpabile, e i rapporti con la Russia non hanno mai raggiunto un punto più basso dalla Guerra fredda a questa parte. Intanto, il senatore repubblicano John McCain, con il sostegno di due colleghi democratici, ha presentato al Senato una proposta di legge per imporre nuove sanzioni a Mosca. Il tutto, a meno di 10 giorni dall'insediamento di Trump. Che cosa sta accadendo?

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Una guerra dichiarata dalla Cia?
C'è chi dice che, dietro le quinte, sia in corso una vera e propria guerra nei palazzi che contano a Washington: una guerra tra poteri rivali. A scontrarsi, sarebbero innanzitutto la Cia (o, per meglio dire, il complicato e variegato calderone di servizi di intelligence Usa) e il nuovo presidente Donald Trump. Il quale, tra i tantissimi che, nei suoi confronti, non nutrono una spiccata simpatia, vanterebbe nientemeno che gli 007 americani. In primis James Clapper, direttore dimissionario della National Intelligence.

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Perché alla Cia Donald Trump fa paura
Clapper che, durante un'udienza al Senato del 5 gennaio scorso, ha nuovamente attaccato la Russia accusandola di aver influenzato tramite hackeraggio il risultato elettorale, anche se – ha aggiunto per prudenza – non è possibile valutare fino a che punto abbia in effetti influito sulla scelta dei votanti. Come se non bastasse, Clapper ha nuovamente definito Mosca una «minaccia esistenziale» per gli Stati Uniti, nonostante il presidente eletto Donald Trump sia notoriamente deciso a favorire il disgelo. Al quadro si aggiunga che il Direttore dimissionario è stato colui che, per volere di Obama, ha allontanato dalla DIA (Defense Intelligence Agency) il generale Michael Flynn, scelto poi da Trump come consigliere per la sicurezza nazionale. Che ci sia una lotta tra «fazioni» è insomma immaginabile, anche perché, secondo la confessione di una fonte anonima al Wall Street Journal, Trump avrebbe espresso l'intenzione di snellire l'intelligence a stelle e strisce, per il timore che sia diventata «troppo politicizzata».

Un tentativo di delegittimare Trump?
In questo quadro, qualcuno, come Maurizio Blondet, nutre il sospetto che l'isteria sulla questione «Russia connection» (così potremmo ribattezzarla, traendo spunto dall'ultimo dossier) abbia l'oscuro scopo di delegittimare la figura presidenziale di Donald Trump, ponendo le basi addirittura per un'accusa di tradimento. In pratica, quegli ambienti militari e politici neocon che, dall'11 settembre, hanno perpetuato certe logiche – dal bellicismo anti-russo della Nato alla filosofia dell'esportazione della democrazia –, viste le intenzioni dichiarate da Trump in campagna elettorale, temono fortemente che sotto il nuovo Presidente vedranno notevolmente ridotto il proprio campo d'azione. Ecco perché starebbero manovrando alle sue spalle, approfittando dalla diffusa ostilità al tycoon che accomuna ambienti democratici e repubblicani. Non a caso, in prima fila tra gli acerrimi oppositori di Trump c'è il senatore repubblicano di forti tendenze neoconservatrici John MaCain: lo stesso che, secondo i media, avrebbe consegnato all'intelligence Usa l'ultimo dossier su Trump, che chiede nuove sanzioni alla Russia, e che, con la Commissione Difesa da lui presieduta, ha assistito all'ultimo atto di accusa di Clapper nei confronti di Mosca.

Le ultime mosse di Obama
Ancora in tale fosco scenario si collocherebbero le ultime mosse di Obama: dal massiccio riarmo della Nato finalizzato a una mastodontica esercitazione dell'ultimo minuto chiamata Atlantic Resolve, all'ambiguo ritiro di tutte le portaerei Usa, fino all'aver dichiarato «infrastruttura critica» tutto l’apparato elettorale (a cominciare dagli elenchi computerizzati dei registrati  al voto), mettendolo sotto controllo del Dipartimento della Sicurezza Interna. Come a volerlo sottrarre da influenze esterne, o come se, spingendoci ancora più in là, esistesse il sentore di nuove elezioni.

Un quadro decisamente fosco
Se qualsiasi tesi complottista rischia di apparire avventata e priva di fondamento, resta legittima però la sensazione che un simile clima di tensione, a 10 giorni dall'insediamento del nuovo Presidente, non solo sia inaudito, ma preluda a qualcosa di più eclatante. Donald Trump, a due mesi dalla sua vittoria elettorale, è sotto il fuoco incrociato e trasversale dei tanti oppositori, mentre Obama sembra impegnato con tutte le sue forze a remargli contro in extremis; l'intelligence Usa non fa che insinuare il sospetto di una non legittimità dell'elezione del tycoon e il partito (politico e mediatico) anti-Russia acquisisce sempre più influenza; si diffonde l'isteria «fake news», al punto da spingere Congresso e Senato ad approvare una norma contro la «propaganda straniera», mentre si ventilano nuove indagini sul presunto hackeraggio di Mosca. Di certo, non un inizio tranquillo per colui che nessuno credeva potesse diventare il candidato dei repubblicani, e che, sorprendendo tutto il mondo, è poi diventato presidente degli Stati Uniti.