27 febbraio 2017
Aggiornato 15:00
A 9 anni dalle promesse elettorali di Barack Obama

Afghanistan, la guerra infinita. E anche l'Italia invia nuovi soldati

Nuovi soldati americani e italiani vengono inviati in Afghanistan. Da cui 9 anni fa Obama promise di ritirare il contingente Usa, ma che oggi sembra sempre più teatro di una guerra infinita

Il presidente uscente Usa Barack Obama. (© Chameleons Eye / Shutterstock.com)

WASHINGTON - In una delle sue ultime interviste in qualità di presidente degli Stati Uniti d'America, rilasciata all'emittente ABC, Barack Obama ha rivelato pubblicamente qual è stata la decisione più difficile del suo già tormentato doppio mandato. Si sarebbe potuto pensare alla Siria, rispetto alla quale, in una precedente intervista, Obama aveva già amaramente ammesso il proprio fallimento; ma, questa volta, l'attenzione si è spostata sull'Afghanistan. Perché, per l'attuale Presidente, la scelta più difficile è stata quella di ordinare l'invio di altri 30.000 soldati nel Paese da cui, in campagna elettorale, aveva promesso il totale ritiro delle truppe americane.

La decisione più difficile di Obama
«La decisione più difficile l'ho presa all'inizio della mia presidenza quando ho ordinato l'invio di altri 30.000 militari in Afghanistan, perchè avevo fatto campagna elettorale promettendo di mettere fine a grandi dispiegamenti di truppe all'estero», ha detto Obama, aggiungendo però di ritenere che «sia stata una decisione giusta». «Perchè i talebani avevano ripreso vigore prima che entrassi in carica, in parte perchè non avevamo prestato la necessaria attenzione all'Afghanistan», ha specificato. «Ma quella è stata la prima volta che ho guardato i soldati di West Point con la consapevolezza che alcuni di loro potevano non tornare a casa a causa della mia decisione», ha aggiunto.

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Guerra al terrorismo? Mai una vittoria decisiva
In effetti, se la presidenza Obama avrebbe dovuto - almeno a giudicare dalle promesse elettorali - mettere la parola «fine» alla presenza occidentale in quel territorio dilaniato da 15 anni di guerra, essa ha invece certificato che quella tanto vagheggiata «fine» è ancora molto, troppo lontana. Al punto da far sospettare che la crisi afghana sia destinata a diventare un conflitto eterno, un'emergenza permanente. Indirettamente, lo ha confessato lo stesso Obama, che, alla domanda se sia dispiaciuto per il fatto che ancora oggi, dopo otto anni al governo, ci siano soldati americani in Iraq e Afghanistan, ha risposto: «Sì, ma ho imparato che nella guerra contro il terrorismo non si avrà mai una vittoria decisiva e definitiva che si può avere in una guerra contro un altro Paese».

Le responsabilità dell'Occidente per un nemico sempre in agguato
Colui che, presentandosi alla Casa Bianca, promise agli americani e al mondo intero di liberare il suolo afghano dagli scarponi americani, dunque, a fine mandato ammette ciò che ormai più di uno sospettava, e cioè che la guerra al terrorismo difficilmente finirà mai davvero. Perché, ha spiegato Obama, «anche dopo aver decimato al Qaida a Fata (aree tribali del Pakistan), anche dopo aver ucciso Osama bin Laden, ci sono ancora persone che vogliono e hanno la capacità di colpire gli Stati Uniti se non rimaniamo vigili». E perché, aggiungiamo noi, l'Occidente pare ancora incapace, se non addirittura poco determinato a porre rimedio ai tanti errori che, con avventure belliche rocambolesche e una costante sottovalutazione del problema a favore di altri interessi, ha compiuto da più di un decennio a questa parte.

Ancora necessaria la presenza americana
Ad ogni modo, per Obama, ormai anatra zoppa immune dai giudizi dell'opinione pubblica, a fronte della fragilità di Stati come Iraq e Afghanistan, la presenza militare americana è ancora necessaria: ad oggi ci sono oltre 5.000 consiglieri militari in Iraq e circa 8.400 soldati in Afghanistan. «Ma non abbiamo più una presenza enorme e rischiamo meno di essere presi di mira in quanto potenza occupante», ha aggiunto. Di certo, il teatro afghano ha messo a dura prova l'ormai ex Presidente, costringendolo a cambiare piani in corsa più di una volta, e a tradire la parola data in campagna elettorale. Perché la sua promessa di arrivare a un ritiro immediato nel 2014 si è trasformata nella decisione di posticipare la riduzione a 5.500 soldati al 2015 e l'azzeramento al 2016; poi, nel marzo 2015, nella scelta di lasciare 9.800 soldati fino a fine anno; quindi, nella decisione dell'Alleanza Atlantica, durante il suo ultimo vertice, di rilanciare ulteriormente la propria presenza nel Paese.

Ancora un focolaio di tensioni
Intanto, gli attacchi terroristici, pur lievemente diminuiti nelle principali città afghane nel periodo 1 dicembre 2015-31 maggio 2016, rimangono all’ordine del giorno; la mortalità generale è addirittura cresciuta; le forze afghane, nonostante i programmi di addestramento, rimangono decisamente deboli, e i talebani, secondo l'ultimo rapporto Sigar (l'ispettorato americano per la ricostruzione dell'Afghanistan), controllano ancora 33 dei 407 distretti afghani, e ne contendono altri 116 al Governo. Non solo: a complicare la situazione, l'avanzata di Daesh, che ha creato un nuovo fronte interno tra le forze di opposizione a Kabul, visto che i jihadisti dell'Isis sono fortemente osteggiati dagli stessi talebani. 

Nuovi 300 marines 
In questo quadro, su richiesta del Comando centrale Usa (CENTCOM) e delle forze Usa in Afghanistan, gli Stati Uniti invieranno altri 300 marines nella provincia di Helmand, nel Sud dell'Afghanistan, per sostenere la missione Nato di addestramento delle forze locali. Il dispiegamento avverrà, secondo la nota diffusa, nella primavera 2017 a sostegno della missione a guida Nato Resolute Support. Stando a quanto riferito alla Nbc dal portavoce della missione Usa, il capitano Bill Salvin, i marines, che avevano lasciato quel territorio nel 2014, rimarranno nella provincia ricca di oppio per circa nove mesi, nel corso dei quali collaborarenno con l'esercito afgano e con la polizia.

Soldati italiani nel Sud del Paese
Ma anche l'Italia è in prima linea in questa guerra eterna: perché altri 200 militari della Nato, perlopiù italiani e americani, sono stati dispiegati nella provincia occidentale di Farah a sostegno delle forze afgane, su richiesta delle autorità locali. «Su richiesta del governatore provinciale di Farah, il generale John Nicholson (comandante dell'operazione Resolute Support della Nato, ndr) ha autorizzato l'invio di una forza di spedizione di circa 200 uomini della coalizione a sostegno delle Forze di difesa e di sicurezza afgane», ha detto il portavoce, aggiungendo che i militari «condurranno una missione di addestramento, consulenza e assistenza di circa una settimana». Un portavoce del governatore Mohammad Naser Meri ha confermato che «circa 200 soldati della coalizione, perlopiù italiani e americani, sono arrivati negli ultimi due giorni a Farah per rafforzare le forze afgane impegnate contro i talebani». Le ultime truppe straniere avevano lasciato la provincia di Farah nel 2012, ma la zona è di nuovo minacciata da una presenza attiva di talebani che di recente hanno preso il controllo di due distretti. Nella zona sono stati segnalati anche combattenti dell'Isis.

Lo stato dell'arte
L'operazione Nato Resolute Support conta oltre 10.000 uomini, perlopiù americani; secondo quanto si legge sul sito della Difesa, l'Italia avrebbe circa 950 militari nel Paese, di cui circa 50 a Kabul e circa 900 a Herat, nell'Ovest del Paese. Di recente, il generale Nicholson ha riconosciuto le difficoltà incontrate dalle forze afgane, che oggi controllano il 64% del territorio, contro il 68% di qualche mese fa.

Fallimento
Ad ogni modo, dopo le voci non confermate, circolate alla fine dello scorso anno, di un coinvolgimento di aerei italiani nei cieli dell'Afghanistan, l'invio dei militari nel Sud non è un segnale rassicurante. Anche perché, come afferma la stessa Al Jazeera, se anche il numero è esiguo e il tempo di permanenza è, almeno stando agli annunci ufficiali, limitato, tale iniziativa testimonia in ogni caso un nuovo coinvolgimento degli scarponi stranieri in terra afghana. Il tutto, a 16 anni dall'inizio del conflitto, e a 9 da quando Barack Obama promise un ritiro totale di lì a breve. Dimostrandosi, evidentemente, troppo avventato e ottimista, visto che, qualche anno dopo, certificava l'ennesimo insuccesso della grande potenza americana nel mondo con queste parole: «Non mi piacciono le guerra senza fine, ma non posso consentire che l’Afghanistan torni a essere un rifugio sicuro per i terroristi che minacciano anche la nostra sicurezza: la missione di combattimento è finita ma alcune migliaia di soldati americani dovranno restare nel Paese anche oltre il 2016 perché l’esercito afghano ha fatto passi avanti, ma non è ancora in grado di farcela da solo». Punto e a capo.