27 maggio 2017
Aggiornato 11:30
Intervista al prof. Rinaldi

Quindici anni di euro, quindici anni di guai

Dopo ormai tre lustri di moneta unica la nostalgia per la vecchia lira non è più un retaggio dal sapore naif. Ora lo stesso Prodi ammette: «La Germania grazie all’euro è la nazione di gran lunga più potente d’Europa»

ROMA - Quindici anni di euro, quindici anni di guai. Dopo ormai tre lustri di moneta unica la nostalgia per la vecchia lira, nonostante già destrutturata fin dal 1981 dal divorzio di Banca d'Italia dal Tesoro, non è più un retaggio dal sapore naif ma interpreta la vena viva del sentimento popolare e trasversale della società italiana che richiede il ritorno di un controllo nazionale sulla politica monetaria. Del resto lo stesso Romano Prodi, uno dei padri della moneta unica ed estensore del celebre e scomposto «peana» «con l'euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più», da tempo ha preso pubblicamente atto dell’assoluto squilibrio determinato dall’errata trattativa da parte dell’Italia per l’ingresso nell’euro: «La Germania – ha ammesso tre anni fa - grazie all’euro è la nazione di gran lunga più potente d’Europa».

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Disastro per il ceto medio
Interrogarsi sull'eliminazione delle monete nazionali non sembra più solo un’ansia del piccolo ceto medio impoverito, ma una questione ormai storicizzata. Di alcune scelte, infatti, si portano, anzi si pagano, ancora tutti gli effetti. A partire dal cambio ridicolo per cui un euro valeva 1936,27 lire: scelta che ha portato alla sciagura di comparare di fatto 1000 lire a un euro, quando quest'ultimo ne valeva quasi 2000. Il cambio corretto – secondo diverse analisi - sarebbe stato di 1300 lire, il che avrebbe messo al riparo in parte dalla perdita verticale di potere d'acquisto che ha colpito soprattutto i settori popolari. Gli aumenti nei prodotti tipici della spesa degli italiani hanno toccato rincari anche del 200%. Stipendi e pensioni? Sono stati calcolati invece con il cambio prestabilito: quindi un milione di lire, che era una pensione di tutto rispetto, è diventata poco più di 500 euro. Un bell'affare, non c’è che dire.

Operazione tedesca contro l’Italia
Quello dell’euro è un problema di mera economia domestica? Purtroppo no. Ben preso gli italiani capiranno tutta l’importanza dell’economia politica e dei conflitti che questa determina. Il cambio svantaggioso – questa è ormai letteratura - è stato deciso da Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi, rispettivamente presidente della Commissione europea e ministro del Tesoro, i quali si sono piegati ad un diktat tedesco: del resto avevamo e abbiamo un debito pubblico enorme e dunque in Germania hanno avuto gioco facile nell'imporre alcune dure condizioni al Belpaese. Un danno combinato non a un partner qualunque ma un vero e proprio competitor. L’Italia, infatti, con la lira riusciva ad esportare in tutto il mondo le produzioni della propria industria manifatturiera a un prezzo assai competitivo. Facendo concorrenza a chi? Ai tedeschi, guarda caso.

I Nobel contro l’euro
Il disastro dell’euro era imprevisto? Non proprio. Accademici e studiosi avevano già annunciato che sarebbe stato un fallimento a danno dei popoli. Il premio Nobel Milton Friedman, beniamino degli stessi liberali che oggi stringono i denti all'idea di uscire dal sistema della moneta unica, diceva nel 1997: «Non vedo perché la flessibilità dell’economia e dei salari e l’omogeneità necessaria tra i diversi Paesi siano un successo. Se l’Europa sarà fortunata e per un lungo periodo non subirà shock esterni, se sarà fortunata e i cittadini si adatteranno alla nuova realtà, se sarà fortunata e l’economia diventerà flessibile e deregolata, allora tra 15 o 20 anni raccoglieremo i frutti dati dalla benedizione di un fatto positivo. Altrimenti sarà una fonte di guai». Il punto è che gli shock esterni ci sono stati eccome e la crisi del 2008 ne è un esempio. Un altro premio Nobel, Paul Krugman, ha bocciato l'euro dopo la sua adozione, definendolo «un progetto campato in aria». Il peccato originale della moneta unica sarebbe infatti quello di essere stata applicata in un contesto estremamente eterogeneo, che ha portato benefici ad alcuni e molti problemi ad altri. Questo lo sostiene l’ennesimo premio Nobel, Amartya Sen. Nel 2013 ha spiegato infatti come «la Germania ha sicuramente beneficiato della moneta unica. Oggi abbiamo un euro-marco sottovalutato e una euro-dracma sopravvalutata, se così si può dire». Contesto che ha portato nel giro di pochi anni alla crisi dello spread, al crollo greco e a tutti i guai ad esso interconnessi.