27 febbraio 2017
Aggiornato 15:00
Nuova politica economica e nuova politica estera

Servizi segreti e multinazionali: Trump si scontra senza paura

Trump prova la carta protezionista e "minaccia" Gm e Apple. Obama care a un passo dalla cancellazione

Il neo presidente americano, Donald Trump. (© Shutterstock.com)

WASHINGTON - Quanto durerà il neo presidente Donald Trump? La sua politica priva di freni inibitori, ancor prima di cominciare, sta creando un deserto in cui avrà serie difficoltà. Il magnate ha attaccato l'intelligence Usa che ha accusato la Russia di aver interferito nelle elezioni americane. Con un tweet, ha definito «molto strano» il fatto che il suo briefing con i responsabili dei servizi segreti americani, per essere aggiornato su queste accuse, sia stato rinviato a venerdì. «Forse perché é necessario più tempo per giustificare questo caso», ha ironizzato. L'amministrazione Obama si e' affrettata a puntualizzare che in realtà non vi e' stato alcun ritardo e che la riunione era sempre stata prevista per venerdì, a New York. Il giorno di Capodanno, Trump aveva promesso che entro martedì o mercoledì avrebbe rivelato informazioni assolutamente inedite riguardo ai cyber-attacchi subiti dagli Stati Uniti. Donald Trump ha annunciato con un tweet che la sua prima conferenza stampa da presidente eletto sara' il prossimo 11 gennaio a New York. E molti pensano che vorrà calcare pubblicamente la mano sulla vicenda hacker russi.

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Scontro con i colossi manifatturieri
Non solo: l’uomo che succederà a Barack Obama sta mettendo in pratica, ancor prima di iniziare il suo mandato quadriennale, una ampia politica protezionista sul settore manifatturiero. Ieri, come noto, ha minacciato la GM di tasse pesanti, il 35%, nel caso avesse continuano a vendere auto prodotte in Messico negli Usa. Il suo messaggio è stato come al solito molto diretto: «General Motors sta inviando un modello di Chevy Cruze, fatto in Messico, ai concessionari Usa esentasse. Faccia (le auto, ndr) negli Usa o paghi pesanti tasse doganali!». Come risultato ha incassato l’annuncio della Ford di un prossimo investimento da 700 milioni di dollari nel Michigan, sostitutivo di uno preventivano in Messico pari a 1,6 miliardi di dollari. Trump ha subito cantato vittoria: «merito mio», ha esclamato con il solito tweet. La Ford ha però smentito, ma si è detta interessata alla nuova normativa fiscale che Trump promette. Non solo, Trump ha confermato la costruzione del muro con il Messico e la rivisitazione dell’Obama care, il sistema sanitario «esteso» voluto dal presidente in carica. Dai risparmi che dovrebbero scaturire, Trump vuole creare un fondo che stimoli la de fiscalizzazione per chi produce negli Stati Uniti. Meno tasse, più lavoro, più servizi. Questa l’idea alla base della Trump economy. Nel mirino è finito anche il colosso tra i colossi, la Apple. Trump nei giorni scorsi ha avuto un lungo confronto telefonico con Tim Cook, al quale ha spiegato le sue intenzioni. «Gli ho detto: Tim, sai che una delle cose che per me costituirebbero un vero traguardo è quando porterò Apple a costruire un grande stabilimento negli Stati Uniti, o molti grandi stabilimenti negli Stati Uniti. Invece di andare in Cina, in Vietnam e nei posti dove andate, farete i vostri prodotti proprio qui». «Capisco», sarebbe stata la risposta di Tim Cook, numero uno della Apple. Trump avrebbe spiegato a Cook la sua idea di agevolazioni fiscali in cambio di manodopera negli Usa: «Vi daremo incentivi e credo che lo farete, faremo un taglio delle tasse molto grosso per le aziende e ne sarete felici». Nel mese di Novembre, subito dopo l’elezione di Trump, Apple domandò ai suoi partner Foxconn e Petragon di valutare strade per portare la produzione degli iPhone negli Stati Uniti. Petragon avrebbe risposto che la produzione negli Stati Uniti di iPhone si tradurrebbe in costi più che raddoppiati. Al momento tutti gli iPhone e buona parte dei prodotti Apple sono prodotti e assemblati in Cina.