17 gennaio 2017
Aggiornato 13:30
La società eccitata dell'informazione permanente

Gli inesistenti hacker russi e la ultra modernità. Il business che crea la realtà

Dall'otto settembre del 1943 agli hacker di Putin, passando per la fine delle ideologie. Esiste veramente una spectre dell'informazione? Oppure è il business dei social media a creare la nuova post verità?

WASHINGTON - La moda verbale, il nuovo conio semantico e filologico del 2017, ruota intorno al concetto di post verità. Ovvero la bufala, la bugia tout court però abbellita, la verità che diventa verosomiglianza sussumendone la nobiltà. Ramo poco nobile, perché ultimo arrivato, della retorica, la post verità si nutre dell’appetito inesauribili dei creduloni che passano le loro giornate sui social, ghiotti di zuccherosi complotti. La post verità è uno strumento del populismo che vuole disarcionare le forze democratiche che, come noto, sono portatrici della pura e semplice verità. Immediata reazione dei nostri lungo la fascia costiera sud orientale: così titolava in prima pagina il Corriere della Sera l’11 luglio del 1943. Gli statunitensi erano appena sbarcati in Sicilia, incontrando debole se non nulla resistenza. Era la post verità di regime quella che parlava, di lì a pochi giorni Mussolini sarebbe stato deposto. L’8 settembre l’Italia sbandava, il re scappava, Badoglio firmava un armistizio che apriva la strada all’occupazione tedesca. L’esercito rimaneva senza ordini, allo sbando insieme agli italiani. Sempre per il Corriere della Sera il tutto si poteva condensare in questo titolo: Armistizio. Ostilità cessate tra l’Italia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Un piccolo esempio tra i mille che si potrebbero fare di post verità ante litteram.

Bufala contro bufala
Il potere ha sempre avuto la pretesa di poter scrivere la storia al di là dei fatti, ma il sovvertimento delle regole causato dalla tecnologia digitale - ne fu primo cantore Jean Francois Lyotard, teorico del post modernismo - sta facendo tremare la ferrea regola secondo cui a creare la realtà, e quindi la verità, siano i mezzi di informazione di massa: dapprima controllati dal potere spirituale, poi dall’aristocrazia e nell’ultima fase dal grande capitale. Il sopraggiungere della rete non mette in crisi questo modello, e per molti aspetti lo acuisce. Perché lo strumento informatico non si dà il compito di smontare la retorica post verità/veritiera, troppa fatica e troppi soldi necessari, bensì vuole creare una contro narrazione ancor più spinta nel campo della verosomiglianza.

La rete non libera nessuno
La rete non libera nessuno, crea mondi paralleli in cui poter navigare in contrapposizione: senza sforzo ci si immedesima nelle storie più strampalate, per il puro piacere di essere «contro». Si inaugura la Salerno-Reggio Calabria finalmente terminata (bufala di governo)? Il giorno dopo ecco la foto del ponte crollato appena tagliato il nastro (bufala internettiana). La verità, nata con Parmenide ventisette secoli fa, mai come oggi appare come una chimera, soggiogata da un paese dei balocchi mediatico in cui si passa da una giostra all’altra, sempre più vertiginosa e apparentemente gratuita, un mondo che nemmeno la fantasia di Collodi avrebbe potuto immaginare.

Gli hacker russi
Con la potenza di un virus aggressivo si è diffusa la notizia di un attacco informatico ad una centrale elettrica del Vermont, Stati Uniti. Il veicolo originario è stato il Washington Post. La notizia che si è autoriprodotta per via frattale sulla rete con uno schema ben collaudato: pirati informatici russi attraverso un serie di mail fishing, avevano penetrato il sistema di protezione di una centrale elettrica, infettando un singolo computer. La notizia in sé non è falsa, perché un singolo computer è stato rilevato infetto. Le fonti erano oscure, sedicenti anonimi funzionari statunitensi. La notizia è stata poi ridimensionata sia dalla Burlington Electric, la società elettrica che sarebbe stata oggetto di una attacco, sia dalle autorità federali, nonché dallo stesso Washington Post.

"Alla fine, ecco il sensazionale"
In un recente libro, La società eccitata, ed. Bollati e Bolinghieri, scritto da Christoph Türcke, docente di Filosofia alla Hochschule für Grafik und Buchkunst di Lipsia, il fenomeno viene analizzato in profondità: «Alla fine, ecco il sensazionale. Dovrebbe essere raro, oltre che sconvolgente. Ma quell’emozione che fa sobbalzare, quel fremito che magnetizza, quell’eccitamento da clamore non costituiscono l’oltranza che, ogni tanto, viene a sovvertire il nostro pacato assetto percettivo. Sono la dismisura a cui noi, esseri umani senzienti, siamo ormai assuefatti. Se tutto il visibile e tutto l’udibile alimentano il notiziabile, e la logica stessa dell’informazione impone di impressionare per mezzo di stimoli sempre più forti, la soglia di ciò che eccita il nostro sensorio non smetterà di spostarsi in avanti. L’eccitabilità assurge dunque a decisivo imperativo sociale, motore di un’industria sia dell’immateriale sia delle merci. Da tempo il sensazionalismo, con il nuovo regime antropologico che ha configurato, è oggetto di riflessione per studiosi della società e filosofi, nonché terreno di elezione per moralisti in vena di astinenza mediatica e ascetismo emotivo. Esame. L’odierno «far sensazione», ossia destare scalpore, e la sensazione intesa quale atto del percepire al centro del pensiero moderno esiste una consustanzialità, e non lo scarto che immagina con sussiego il discorso filosoficamente ben temperato. Il sensazionale, lungi dall’essere l’estrema e perversa propaggine della sensazione, ne è l’archetipo, il «nucleo incandescente di ogni percezione e conoscenza» attraverso il quale si alza il velo sull’arcaico dell’ultramodernità».

Dalla post modernità alla ultra-modernità
Ed eccolo, il passaggio epocale: dalla post modernità di Lyotard, che infiniti lutti ha addotto, seppellendo il concetto di ideologia dentro un relativismo fine a se stesso, alla ultra modernità: ovvero la realtà come forma di emotività e affarismo. Compreso che la rete stimola quasi esclusivamente l’emisfero emotivo del cervello, il passaggio successivo è stato capire come farci i soldi. In questo senso viene il sospetto che la vicenda degli hacker russi, sempre più ambigua e leggera, non sia un complotto ordito da servizi segreti, pezzi deviati dello stato americano, potenti gruppi economici che non tollerano la vittoria di Trump. Bensì si tratti di un semplice business: un boccone dato in pasto alla folla, che lo spolpa golosa, e poi lo sputa. Un business che però penetra nella realtà, spostandola fino ai confini del pericolo. La ultra modernità quindi non ha più alcuna relazione con eventuali lobbies, ma risponde solo agli istinti del business: che in questo momento, negli Usa, chiede di vivere dentro una realtà che potrebbe andare bene per James Bond.

Come in un film di James Bond
In un film del 2002, «Al vertice della tensione», con Morgan Freeman, si poteva vedere una realtà diversa: era ancora il tempo della post medernità – fine delle ideologie. La trama: Russia e Usa sono alleate e il presidente statunitense dice chiaramente cosa deve fare a quello russo, il quale in cuor suo è un grande amico degli Usa e combatte contro coloro che volevano riportare ai tempi della Guerra Fredda le lancette della storia, terroristi neo nazisti in primis. Il messaggio del film made in Usa era semplice: la Russia ormai è il nostro giardino di casa. Vladimir Putin muoveva i primi passi e per l’amministrazione Usa non era ancora un nemico come oggi. Il film, per ovvie ragioni, non ebbe un grande successo economico. La creazione dal nulla di un nemico, la Russia di Putin, unito all’esplosione della potenza digitale, ha generato un mercato dell’iper consumo emotivo. Nel quale cadono tutti, almeno in occidente. Dal giornale prestigioso che corre dietro i click per veicolare una storia di hackeraggio traballante, al presidente in carica Obama che espelle i diplomatici russi per non meglio precisate ragioni di spionaggio.