20 febbraio 2017
Aggiornato 07:30
Il Dipartimento della Difesa l'aveva sempre messa al primo posto

La svolta di Trump: tra le priorità della Difesa c'è l'Isis ma non la Russia

Un memo del transition team di Donald Trump che Foreign Policy ha ottenuto certifica la svolta di Trump: la Russia non è più la prima minaccia per gli Usa; al suo posto c'è l'Isis

Il presidente eletto Donald Trump. (© Robyn Beck (AFP/File))

MOSCA – Che sotto la guida di Donald Trump i rapporti tra Washington e Mosca saranno più distesi è decisamente nell'aria. Lo è dai tempi della campagna elettorale, durante la quale il tycoon non ha nascosto la sua ammirazione per la leadership di Vladimir Putin – che ha definito a più riprese migliore di quella di Barack Obama – e ha esposto più o meno esplicitamente la sua intenzione di rivedere le relazioni con Mosca, anche preannunciando un diverso approccio alle crisi sirana e ucraina. Del resto, il capo del quartier generale della campagna del miliardario, Paul Manafort, è noto per essere stato consigliere dell’ex Presidente filorusso ucraino Viktor Yanukovich. Per non parlare, poi, di Carte Page, già consigliere di Trump sulla politica estera, di cui i media hanno descritto in lungo e in largo i legami con Mosca.

Non solo parole
Che quelle di Trump non fossero solo parole, però, lo confermerebbe, in particolare, la scelta di Rex Tillerson a segretario di Stato, big del petrolio che vanta da sempre forti contatti con la Russia, e che si anche è espresso esplicitamente contro le sanzioni stabilite da Washington a seguito della crisi ucraina. In queste ore, a deporre a favore della tesi del disgelo giunge un altro segnale: ed è il memo, ottenuto e anticipato da Foreign Policy, del team di Trump a proposito delle priorità del nuovo Presidente in tema di Difesa. Priorità tra le quali – con un netto cambio di direzione rispetto all'approccio delle precedenti amministrazioni – non compare la Russia.

Nel memo sulla Difesa di Trump, la Russia non è tra gli obiettivi
Circostanza quasi rivoluzionaria, se si considera che per anni il Dipartimento della Difesa americano e la comunità di intelligence hanno inserito Mosca al primo posto tra le minacce poste dall'esterno alla sicurezza degli Usa. Non a caso, Joseph Dunford, capo dello Stato Maggiore Congiunto che rimarrà in carica fino all'insediamento di Trump, lo scorso anno dichiarava davanti al Congresso che per gli Usa non esiste minaccia maggiore rispetto a quella rappresentata da Mosca. Non solo: Dunford, davanti alla Commissione Affari esteri del Senato, nel luglio 2015 affermava: «Se mi si chiede di parlare di una nazione che pone una minaccia esistenziale agli Stati Uniti, dovrei far riferimento alla Russia». Mosca, dunque, al primo posto, seguita, in quest'ordine, da Cina, Corea del Nord e Stato Islamico.

Le 4 priorità di Trump
La lista di Donald Trump, invece, è completamente diversa. Il memo, datato 1 dicembre e compilato dal sottosegretario alla Difesa per la Politica Brian McKeon, contiene i 4 punti individuati da Mira Ricardel, già funzionario dell'amministrazione Bush e oggi co-leader del transition team di Donald Trump. Ed ecco, finalmente, la lista delle priorità del tycoon: al primo posto, sviluppare una strategia per sconfiggere e distruggere l'Isis; al secondo, costruire una difesa forte (eliminando i tetti alla spesa militare dal Budget Control Act, e migliorando la forza, la portata e la prontezza degli apparati di difesa americani); al terzo, sviluppare una strategia comprensiva in materia di cybersecurity; al quarto, andare nella direzione di una sempre maggiore efficienza. Nessun riferimento, insomma, alla Russia. Un funzionario del transition team interpellato da Foreign Policy si è rifiutato di rivelare se e dove Mosca si posizioni nelle priorità di Difesa di Trump, ma ha dichiarato che quel memo è incompleto. Un portavoce del Pentagono non ha voluto commentare la lista del tycoon, ma ha specificato che la sua squadra è stata messa al corrente su tutte le questioni riguardanti i rapporti con Mosca.

Un estratto del documento ottenuto da Foreign Policy.

Un estratto del documento ottenuto da Foreign Policy. (© Foreign Policy)

L'Isis prima della Russia? L'establishment trema
La «svolta», insomma, è ampiamente attesa, anche se la rivoluzionaria attitudine del nuovo Presidente dovrà fare i conti con l'establishment e gli apparati di Politica estera e Difesa, che sulla questione rimangono decisamente scettici (per usare un eufemismo). Di certo, in quegli ambienti desta grande stupore (per non dire preoccupazione) vedere la lotta all'Isis in cima alla classifica delle priorità del Presidente eletto, ancora più prioritaria della «questione Russia», che neppure compare nel documento. Un approccio in netta controtendenza rispetto allo status quo, se si pensa che, solo lo scorso febbraio, il direttore dell'intelligence James Clapper sottolineava come Mosca fosse una minaccia ben più spaventosa dello Stato Islamico, visto che quest'ultimo «non può infliggere un danno mortale agli Stati Uniti», mentre «la Russia sì».

La svolta preannunciata, e scongiurata da molti
Non a caso, nel 2014 la Casa Bianca decise un aumento di 3,4 miliardi di dollari nel budget della Difesa per dispiegare due ulteriori battaglioni americani nell'Europa orientale, rifornendo quei territori di armi pesanti e carri armati. Per non parlare dello scudo anti-missilistico, delle tante esercitazioni militari, delle truppe schierate nella parte occidentale dell'Ucraina e di tutte le iniziative della Nato di cui vi abbiamo già parlato tante volte. Iniziative che, forse, Trump cercherà di ridimensionare se non di eliminare, non senza scatenare una vera e propria battaglia politica, dato che i repubblicani del Congresso continuano a invocare la linea dura con la Russia. Certamente, con un segretario di Stato come Tillerson, il tycoon è pronto a dare del filo da torcere ai più intransigenti. Ma non è ancora detto che riuscirà a spuntarla.