26 marzo 2017
Aggiornato 17:00
Molti autori delle ultime stragi vengono da lì

Amri e gli altri: come la democratica Tunisia è diventata una fucina di jihadisti

Anis Amri era tunisino, ma è in buona compagnia. Perché il Paese che ha visto la primavera araba più promettente nella regione è anche quello che produce più jihadisti

Proteste davanti al Parlamento contro il ritorno in patria di cittadini tunisini radicalizzati. (© FETHI BELAID (AFP))

TUNISI - Anis Amri, considerato l'autore della strage di Berlino, era tunisino. Suo connazionale Mohamed Lahouaiej Bouhlel, che a Nizza ha travolto con un camion 87 persone sulla bella Promenade. Tunisino anche Ben Dhiab Nasreddin, residente in provincia di Brescia, espulso perché aveva manifestato chiari segnali di radicalizzazione ed era pronto a colpire l'Italia. Ma la lista è ancora lunga: si ricordi Saifuddin Rizki, il jihadista responsabile della strage di Susa, addestrato dall’Isis a Sabrata, in Libia, ma originario della Tunisia. Si rammenti la strage al museo del Bardo di Tunisi, in cui morirono, nel marzo 2015, 24 persone. E dietro agli attentati che hanno insanguinato Parigi ci sarebbe un jihadista tunisino, Boubaker al-Hakim, 33 anni, membro dell'Isis. Nelle scorse ore, circa 1500 persone hanno protestato davanti al Parlamento tunisino contro il ritorno in patria di connazionali entrati nelle file di gruppi terroristici.

La primavera araba non è bastata?
Un elenco lungo quanto basta da spingere a chiedersi cosa stia succedendo alla Tunisia, e perché il Paese che ha vissuto la primavera araba più promettente nella regione sia oggi indicato come una vera e propria fucina di jihadisti. I numeri, in effetti, sembrano confermare l'etichetta: le Nazioni Unite parlano di oltre 4mila miliziani corsi, dal Paese, ad alimentare le fila dello Stato islamico, e che, dopo aver combattuto in Iraq e in Siria, si apprestano a tornare a casa. Più di mille i mujahiddin tunisini che combattono nelle file dell’Isis in Libia. Proprio da Susa, secondo un’inchiesta di Al Jazeera, proverrebbe il maggior numero di jihadisti, con oltre mille giovani combattenti partiti dai sobborghi periferici della città per l'Iraq e la Siria. Ma in tutto il Paese, le autorità tunisine hanno addirittura dichiarato di aver bloccato 12mila giovani aspiranti foreign fighter. Il tutto, in uno Stato che conta solo 11 milioni di abitanti, e che viene giustamente additato un modello di democrazia per il Nord Africa e Medio Oriente.

Lotta per la democrazia e jihadismo: due reazioni opposte allo stesso problema
In realtà, paradossalmente, rivolta per la democrazia e jihadismo hanno avuto una radice comune: le gravi condizioni economiche e la disoccupazione giovanile sono infatti stati i motori delle proteste di cinque anni fa, ed oggi favoriscono l'emarginazione prima e la radicalizzazione poi. In Tunisia, in effetti, il 40% della popolazione ha meno di 24 anni, e il tasso di disoccupazione giovanile è almeno del 30%. Nelle classifiche, però, non entrano le zone rurali, difficili da mappare. Si può quindi presumere che il fenomeno sia molto più ampio di quello ufficializzato.

Una situazione socio-economica difficile
Come se non bastasse, la regolamentazione del mercato di lavoro nella regione si applica pienamente solo al settore pubblico (che, contrariamente da quanto previsto dalla vulgata in materia, da ormai 30 anni contribuisce sempre meno alla creazione di nuovi posti di lavoro) e a una parte relativamente contenuta del settore privato. Il resto dell’economia, anche formale, è dunque caratterizzato da una significativa flessibilità, cioè da precarietà. A tutto ciò, si aggiungano i salari molto bassi, negli ultimi anni aumentati di un misero 1%, condizione analizzata e denunciata da diversi analisti tunisini già negli anni Ottanta. A propria volta, gli attacchi terroristici che hanno insanguinato la Tunisia al Bardo e a Susa hanno peggiorato la situazione economica, colpendo il settore trainante del turismo.

Le sfide del nuovo premier
E se il cammino verso la democrazia è stato spontaneo e dal basso, con elezioni democratiche, il varo di una Costituzione avanzata sotto molti aspetti, e una divisione dei poteri equa tra partiti islamisti e laici, è pur vero che la mancanza di prospettive future per i giovani rischia di mandare a monte tutte queste straordinarie conquiste. Dal 2011 ad oggi si sono succeduti nove Governi, la cui priorità è stata la stabilizzazione del Paese e la minaccia terroristica. L'attuale giovane premier, il 40enne Youssef Chahed, dovrà affrontare l'enorme sfida di guardare a entrambe le emergenze: terrorismo da un lato, emarginazione e disoccupazione giovanile dall'altro. Perché, come abbiamo visto nel Paese ma anche nelle periferie europee, tendono drammaticamente ad autoalimentarsi.