4 dicembre 2016
Aggiornato 07:00
Le due amministrazioni sono in conflitto sul dossier

In Siria è Obama contro Trump. Gli ultimi (disperati) tentativi di Kerry di strappare un accordo in extremis

In Siria sarebbe in corso una «guerra» tra amministrazioni: Obama contro Trump. Segnata dai disperati tentativi di Kerry di mettere al riparo dal tycoon la strategia pro-ribelli perseguita fino ad ora

Il presidente eletto Donald Trump con quello in carica Barack Obama. (© Pablo Martinez Monsivais / AFP)

ALEPPO - In una delle sue ultime interviste, il presidente uscente Barack Obama aveva confessato tristemente che il più grande insuccesso della sua presidenza riguardava il dossier siriano. Le ultime notizie da Aleppo, con l'inarrestabile avanzata del regime di Assad (elevati costi umanitari compresi), con la riconquista, da parte delle forze lealiste, di sei quartieri della parte orientale della città in 48 ore, e con l'erosione di buona parte del territorio controllato dai ribelli, sancisce definitivamente il fallimento della strategia dell'amministrazione Obama nel Paese. Una strategia che, a grandi linee e salvo qualche breve e non significativa deviazione, consisteva proprio nel supporto dei ribelli considerati «moderati» non solo contro l'Isis, ma soprattutto contro Assad.

Il cambio di rotta di Donald Trump
Donald Trump ha immediatamente annunciato, e non solo in campagna elettorale, un sostanziale cambio di rotta. Il tycoon ha infatti ribadito di ritenere prioritaria la sconfitta dell'Isis, obiettivo a cui è disposto a lavorare insieme alla Russia e allo stesso Assad. E in effetti, secondo un sito vicino all'intelligence israeliana che cita fonti militari e istituzionali di Washington, Trump sarebbe già al lavoro in questo senso, addirittura cooperando segretamente con Mosca, ma anche con la Siria, la Giordania e Israele in tale direzione. Se la notizia fosse confermata, sarebbe la prima volta che un Presidente eletto, prima di entrare ufficialmente in carica, si occupa in modo tanto pervasivo della politica estera americana.

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Il tentativo in extremis di Kerry
Ma alla Casa Bianca, fino al prossimo 20 gennaio, c'è ancora Obama, che pare poco propenso a lasciare nelle mani del suo successore un dossier tanto delicato, e che tanto negativamente pesa sulla sua eredità. Addirittura, secondo Josh Rogin del Washington Post, il segretario di Stato John Kerry starebbe disperatamente cercando di raggiungere un risultato rilevante prima dello scadere della presidenza Obama, in particolare lavorando per strappare un accordo alla controparte russa.

Il precedente infausto
Un obiettivo tutt'altro che semplice, visti gli infruttuosi precedenti. L'ultimo accordo, che prevedeva una tregua da cui erano esclusi soltanto i gruppi «terroristici» riconosciuti tali da Mosca e Washington e una cooperazione concreta per sconfiggere l'Isis, è sfumato miseramente dopo che gli Usa hanno colpito «per errore» una postazione dell'esercito siriano, e Mosca ha ripreso i bombardamenti a sostengo di Assad. Ad oggi, Kerry starebbe cercando di fermare i raid del regime su Aleppo, facendo pressione su Mosca e su Damasco.

Il terrore di Kerry è Trump
A spaventare tanto Kerry, in particolare, sarebbe la prospettiva che il successore di Obama possa concludere un accordo di tutt'altro genere con Mosca, un accordo che di fatto veda gli Usa abbandonare l'opposizione siriana e schierarsi a propria volta a fianco di Assad. L'attuale segretario di Stato, al contrario, starebbe cercando di coinvolgere anche l'Arabia Saudita, il Qatar, la Turchia e addirittura l'Iran nei negoziati, nonché di convincere Mosca e Assad a sospendere i bombardamenti su Aleppo in cambio della netta separazione, da parte dell'opposizione armata, dai gruppi legati ad Al Qaeda, come Jabhat Fatah al-Sham o l'ex Fronte Al Nusra.

L'attivismo di Kerry
L'attivismo di Kerry, confermato anche dal Cremlino, sarebbe scandito da frequenti incontri tra le diplomazie americana e russa a Ginevra, da discussioni bilaterali con tutti gli attori in gioco, ma anche da bilaterali con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a scadenza bisettimanale, in aggiunta all'incontro avvenuto a Lima. Kerry avrebbe anche trattato con i suoi interlocutori ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti.

Ma Kerry ha poche chance
Ma quante chance ha l’attuale segretario di Stato di spuntarla?  Molto poche. Innanzitutto, vi sono diversi punti su cui Russia e Stati Uniti faticano a raggiungere un punto di incontro: in primis ci sarebbe disaccordo sul numero dei miliziani ribelli del Fronte di Conquista presenti ad Aleppo Est, o su chi governerà quella parte della città durante il cessate il fuoco. Oltretutto, secondo un ex ufficiale dell’amministrazione Usa citato dal Washington Post, Mosca starebbe semplicemente prendendo tempo perché preferirebbe trattare sulla questione con il prossimo inquilino della Casa Bianca. Solo 60 giorni separano i russi dal momento in cui potranno interloquire con l’amministrazione Trump, che si prennuncia molto più conciliante di quella Obama sulla questione, strappando un accordo decisamente più vantaggioso.

L'impegno solerte di Trump
Peraltro, anche secondo il Wall Street Journal il tycoon sarebbe già al lavoro da tempo sul dossier siriano. Per il quotidiano, Trump avrebbe incontrato già ad ottobre a Parigi alcuni elementi dell’opposizione siriana riconosciuta da Assad e dalla Russia. Mosca e il segmento di opposizione legittimata dal regime starebbero lavorando su un accordo che rafforzerebbe il ruolo dello stesso Assad e taglierebbe fuori dai negoziati il resto dei ribelli.

Una transizione segnata da rassicurazioni a parole e conflitti nei fatti
Un quadro, quello fin qui tracciato, che mette in evidenza innanzitutto il conflitto tra le due amministrazioni – quella uscente di Barack Obama e quella designata di Donald Trump – sulla gestione del conflitto siriano. Lo scenario aggiunge qualche elemento significativo per interpretare compiutamente le mosse di Obama nella gestione della transizione,. Una transizione che, abbiamo visto, è stata costellata dai tentativi da parte dell’attuale Presidente di ridimensionare la portata «rivoluzionaria» dell’elezione del suo successore (a torto o a ragione, sarà la storia a dirlo), e di rassicurare gli alleati in merito alla persistenza della sua eredità. L'intenzione di Obama, insomma, sarebbe quella di mettere al sicuro da Trump il più possibile del lavoro svolto fino ad ora. Ma, almeno sulla Siria, è altamente probabile che  il tentativo sarà destinato a cadere nel vuoto.

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