29 aprile 2017
Aggiornato 17:30
Parlamento Ue vota una risoluzione contraria all'adesione turca

Se la Turchia «tradisce» Europa e America con Russia e Cina

Prima Erdogan ventila un'adesione della Turchia all'Sco, organizzazione presieduta da Russia e Cina; poi, il Parlamento Ue approva una risoluzione contraria all'adesione di Ankara all'Ue. Cosa sta accadendo?

BRUXELLES - Mentre lo scacchiere geopolitico internazionale attraversa una fase di epocale cambiamento, vividamente fotografato dall'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, un nuovo tassello si è aggiunto, quest'oggi, al già complicato quadro che abbiamo davanti agli occhi: il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che imprime un durissimo colpo ai negoziati, in corso dal 2005, per l'adesione della Turchia all'Unione europea. Il documento, sostenuto da conservatori, socialisti, liberali e verdi, ha ottenuto il via libera con 479 voti a favore, 37 contrari e 107 astensioni. «Le misure repressive adottate dal governo turco nel quadro dello stato di emergenza – si afferma nel testo – sono sproporzionate, attentano ai diritti e alle libertà fondamentali sanciti nella costituzione turca e minacciano i valori democratici dell'Unione europea».

Il valore simbolico del voto dell'Europarlamento
Un voto largamente annunciato, per la verità, e che nel concreto non ha alcun valore vincolante che impedisca il prosieguo delle trattative. Eppure, il valore simbolico è evidente: parallelamente al revival di quella linea di faglia tra Ovest ed Est che resuscita la vecchia cortina di ferro, stiamo assistendo a un riallineamento globale che mette seriamente in discussione l'ordine mondiale post Guerra fredda, incentrato sull'egemonia occidentale e in particolar modo statunitense. Rispetto alla quale oggi sembrano sorgere e rafforzarsi alternative allettanti. 

L'accordo sui migranti che ha reso l'Europa «ricattabile»
Perché se da parte sua l'Europa ha voluto mandare un chiaro segnale all'alleato turco, accusandolo di repressione dei diritti umani e di una pericolosa deriva autoritaria, le polemiche sono iniziate molto prima. Almeno da quando Bruxelles e Ankara hanno firmato il controverso accordo sui migranti, che prevede l'impegno della Turchia a tenere i rifugiati sul proprio territorio, in cambio di 6 miliardi di euro, della concessione facilitata di visti ai cittadini turchi, e di una accelerazione del negoziato per l'ingresso del Paese nell'Ue. Un accordo che ha suscitato diverse polemiche, perché tacciato - e non solo dalle organizzazioni umanitarie - di un'insostenibile ipocrisia: e non solo perché la Turchia ha standard molto bassi nell'ambito del rispetto dei diritti umani nei confronti dei rifugiati (e non solo); ma anche perché, pur di bloccare il flusso di profughi, l'Europa ha promesso denaro e porte aperte a uno Stato che, contemporaneamente, accusa di essere brutale e autoritario e che per lungo tempo ha addirittura  spalleggiato i terroristi dell'Isis.

Le minacce di Erdogan
Eppure, da quando Ankara ha firmato quell'accordo, il «sultano» Tayyp Recep Erdogan ha voluto più volte dimostrare all'Europa di avere il coltello dalla parte del manico. Così, ha spesso minacciato Bruxelles di fare di quel patto carta straccia, se non avesse ricevuto il denaro e le agevolazioni promessi. La situazione si è acuita dopo il colpo di Stato di luglio e la repressione che ne è seguita, che ha compromesso fortemente i rapporti della Turchia non solo con l'Ue, ma anche con gli alleati della Nato, e in particolar modo con gli Usa.

L'alternativa all'Ue: Russia, Cina e l'Sco
Qualche giorno fa, addirittura, Erdogan, di ritorno dalla sua visita in Uzbekistan, ha sventolato la possibilità di «cambiare campo», invitando i propri connazionali a non «fissarsi» con l’ingresso nell’Unione europea («L’Europa sta procrastinando la questione da 53 anni»): «l’alternativa c’è», ha detto Erdogan, si trova in Asia, nell’alleanza fra Cina, Russia ed ex repubbliche sovietiche. Il riferimento è al Shanghai Cooperation Organization (Sco), che comprende Russia, Cina e quattro repubbliche dell’Asia centrale, turcofone e alleate naturali della Turchia. Potenzialmente un mercato enorme, con un Pil complessivo di quasi 15mila miliardi di dollari, e che prevede anche cooperazione a livello militare e di lotta al terrorismo.

Il reset tra Russia e Turchia
Per ora sono solo parole, ma non è detto che tali rimangano. Perché i rapporti tra Ue e Turchia sono a un punto infimo della loro storia. Oltretutto, lo scenario globale è sempre più liquido e proteiforme, con alleanze fortemente variabili e diversi centri di potere emergenti. Lo ha dimostrato il rapido riavvicinamento tra Russia e Turchia, «celebrato» quest’estate dopo mesi di gelo seguiti all’abbattimento, da parte di Ankara, di un jet russo, e dopo che Mosca ha accusato Erdogan di appoggiare più o meno silenziosamente i jihadisti al confine con la Siria. A seguito del reset, il sultano turco ha oltretutto abbandonato la sua posizione intransigente nei confronti di Bashar al Assad in Siria, suo nemico giurato.

Tante divergenze, importanti convergenze
E dire che la comune ostilità verso Mosca è stata uno dei principali collanti tra la Turchia, membro della Nato, e gli alleati occidentali, anche perché Ankara controlla ancora oggi lo snodo-chiave degli Stretti, dal quale dipende l’effettivo valore strategico della flotta russa del Mar Nero, ancor più centrale dopo l’annessione, da parte della Russia, della Crimea. E se tra Mosca e Ankara restano profonde divergenze di interessi, a unirle c’è perlomeno un interesse, fondamentale, in comune: quello di uscire dall’isolamento a cui l’Ovest le ha condannate, giocando peratro all’Occidente un brutto tiro. Senza contare, ovviamente, gli accordi economici da decine di miliardi che hanno suggellato il «disgelo», come la costruzione del gasdotto Turkish stream e di centrali nucleari.

Le aspirazioni della Cina
A ciò si aggiungano le sempre maggiori aspirazioni globali di Pechino (più o meno allineate, perlomeno a livello contingente, a quelle russe), che dall’elezione di Donald Trump, portavoce di posizioni più isolazioniste e protezioniste in politica estera ed economica, sono uscite rafforzate. Sul fatto, insomma, che qualcosa si stia muovendo a Oriente ci sono pochi dubbi, tanto che non molti giorni fa il controverso presidente filippino Rodrigo Duterte, tradizionale alleato dell’Occidente, ha dichiarato che, se Cina e Russia volessero creare un «nuovo ordine mondiale», Manila sarebbe in prima fila tra i candidati a farne parte.

Leggi anche «Duterte incontra Putin: 'Filippine pronte a unirsi a un nuovo ordine mondiale creato da Russia e Cina'»

Leggi anche «La miopia dell'Occidente di fronte ai BRICS. Russia e Cina in primis»

Cosa succederà ai negoziati tra Ue e Turchia?
E’ ancora presto per capire da che parte starebbe la Turchia, e quanto, delle ultime affermazioni di Erdogan, sia una minaccia concreta e quanto una boutade. Di certo, il voto del Parlamento europeo di quest’oggi, pur non vincolante, è sintomatico di una situazione estremamente problematica. Nel concreto, nessuna sospensione ufficiale dei negoziati tra Ankara e Bruxelles sarà possibile fino a dicembre, e richiederebbe il voto degli Stati membri del Parlamento europeo. Sull’argomento, la stessa linea del Vecchio Continente è piuttosto ambigua e frammentaria.

Scenari futuri
Un primo contraccolpo dell’attuale situazione potrebbe farsi sentire sull’accordo sui migranti, che, secondo le cifre ufficiali, avrebbe in effetti ridotto il flusso migratorio verso la Grecia, contribuendo però a spostarlo sulla rotta libico-italica. Quanto allo scenario di una adesione turca allo Sco, non è la prima volta che Erdogan sventola l’ipotesi: lo ha già fatto nel 2012 e nel 2013, quando, parlando con Vladimir Putin, ha dichiarato che la Turchia condivide «valori comuni» con l’organizzazione, che potrebbe essere molto «più potente» dell’Unione europea. Uno scenario per la cui realizzazione ad oggi, probabilmente, i tempi non sono ancora maturi, ma che non è certamente da escludere. A maggior ragione in un tempo caratterizzato da una profonda crisi politica, sociale, economica e valoriale dell’Occidente, che favorisce l’emersione di potenze – come Russia e Cina – che aspirano a farsi portatrici di un ordine globale alternativo.