27 aprile 2017
Aggiornato 12:30
Il nuovo presidente si sta circondando da falchi anti-Iran

Il grande nemico degli Stati Uniti nell'era Trump sarà l'Iran?

Che a Trump l'accordo sul nucleare non sia mai piaciuto non è una novità. Ma diversi segnali portano a pensare che sarà Teheran il prossimo 'acerrimo nemico' degli Usa, dopo la Russia

Il presidente eletto Donald Trump. (© oseph Sohm / Shutterstock.com)

NEW YORK - In campagna elettorale ha spesso espresso posizioni, sulla politica estera, piuttosto isolazioniste, sventolando il motto «America first» che rappresenta un netto cambio di rotta dall'era Obama e, ancora di più, da quella pre-Obama. E' ancora troppo presto per capire se il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump manterrà la promessa, e perseguirà un deciso disimpegno da teatri bellici non immediatamente pertinenti agli interessi nazionali. Di certo, qualche indizio su come andranno le cose ce lo può fornire la squadra di governo che il tycoon sta scegliendo, non senza scatenare più di qualche polemica. E in base ad essa, i segnali fanno pensare che, una volta pacificate le relazioni con Mosca, l'era Trump sarà caratterizzata dal confronto con un altro grande «nemico»: l'Iran.

L'Iran e l'accordo sul nucleare
In effetti, Teheran è stato forse l'unico Paese mediorientale verso cui il magnate non ha avuto, fino ad ora, parole tenere. In Siria, Trump non ha mai fatto mistero di voler cambiare totalmente strategia, appoggiando il regime di Assad contro i terroristi dell'Isis; su Iraq e Afghanistan, il miliardario newyorkese ha spesso ricordato le responsabilità delle amministrazioni precedenti nella loro destabilizzazione; quanto all'Iran, invece, Trump ha subito promesso che avrebbe rotto l'accordo sul programma nucleare concertato dal suo predecessore Barack Obama. 

Le misure di Obama per salvare l'accordo in extremis
Quest’ultimo, non a caso, sta gestendo la transizione nel (disperato) tentativo di salvaguardare la propria eredità dal «ciclone» scatenato dall’arrivo del suo successore, che ha puntualmente promesso di smantellarla punto per punto. E proprio per proteggere l’accordo con l’Iran, secondo il Wall Street Journal l'amministrazione Obama starebbe valutando la possibilità di introdurre nuove misure nelle sue settimane finali. Misure, ad esempio, volte a stimolare gli affari con il Paese mediorientale, fornendo le licenze agli imprenditori americani interessati a entrare nel mercato iraniano, e ad alleggerire ulteriormente l’apparato sanzionatorio. Provvedimenti che erano in previsione già prima delle elezioni, ma che paiono decisamente in contraddizione con il monito lanciato dallo staff di Trump all'attuale amministrazione di non prendere iniziative in politica estera per non rischiare di mandare messaggi discordanti.

I falchi anti-Iran nella squadra di Trump
In effetti, sono molti gli indizi che fanno pensare che la Casa Bianca di Trump, con Teheran, mostrerà il pugno duro. Innanzitutto, il fatto che a capo della Cia ci sarà Mike Pompeo, parlamentare repubblicano che non vede l’ora di smantellare quello che ha definito un «accordo disastroso con il più grande Stato sponsor del terrorismo al mondo». Di recente, ha confermato la sua posizione in un’intervista al quotidiano di posizioni neoconservatrici Weekly Standard. Anche il generale Michael Flynn, che Trump ha scelto come consigliere sulla Sicurezza nazionale, nei confronti dell’Iran, è un «falco»: anche secondo lui è l’Iran (e non l’Arabia Saudita) il più grande sponsor del terrorismo al mondo. Mitt Romney, un papabile alla poltrona di segretario di Stato, ha fortemente criticato l’accordo con l’Iran, e nel 2012, ai tempi della sfida elettorale con Obama, definì l’intervento militare contro Teheran un’opzione «da non scartare». L’altro candidato al Dipartimento di Stato, Rudy Giuliani, è celebre per aver dichiarato che l’Iran ha obiettivi simili a quelli di Al Qaeda, e per aver definito la Repubblica islamica «una nazione determinata ad attaccare il sistema internazionale con la sua stessa intera esistenza». Per non parlare di John Bolton, pure lui nella rosa dei nomi per gli Esteri, che ha addirittura sostenuto la necessità di un «regime change» in Iran.

I rischi di smantellare l'accordo
Un quadro che impensierisce non poco la comunità internazionale, specialmente le cancellerie dei Paesi coinvolti nel negoziato. A destare preoccupazione non è soltanto la possibilità che la nuova Amministrazione possa «stracciare l’accordo» (cosa tecnicamente possibile, ma politicamente sconsigliabile, in primis per le ripercussioni in termini di credibilità presso i propri alleati), quanto la possibilità che gli Stati Uniti possano intraprendere azioni fortemente punitive nei confronti dell’Iran, azioni che potrebbero deteriorare i rapporti significativamente migliorati nell'era Obama, portando verosimilmente a una emarginazione dell’amministrazione moderata di Rouhani a favore delle ali più radicali del regime. Tutto ciò provocherebbe una nuova «chiusura» del sistema e un comportamento più aggressivo nella regione.

C'è chi parla di una guerra in arrivo...
C’è chi addirittura sostiene che lo scontro con l’Iran non rimarrà sul piano meramente diplomatico. Secondo il giornalista Maurizio Blondet, il processo di demonizzazione del nemico iraniano – rivale per eccellenza di Israele, influente alleato Usa nella regione – è già in corso. Infatti, alcuni i siti Usa già accusano l’Iran di inviare inflitrati dei suoi corpi speciali negli Usa e in Europa, per proseguire il progetto in base al quale «ha già ucciso centinaia di iraniani e non iraniani nel mondo in una campagna coordinata di terrore». A insospettire Blondet in merito a questi allarmi il fatto che  la fonte della notizia è la Foundation for Defense of Democracies, think-tank filo-israeliano con sede a Washington di linea neocon, nato con l’esplicito scopo «di educare il pubblico e le elite politiche sia in Usa sia all’estero sulle attività dell’Iran  e i suoi complici in Siria e Hezbollah».

Occhi puntati a Teheran
Il giornalista, insomma, ritiene che poteri e apparati stiano lentamente orientando la politica statunitense a propositi più o meno bellicosi nei confronti dell'Iran. Ad ogni modo, se è ancora presto per parlare di una guerra in arrivo, una cosa è certa: se verosimilmente la tensione con Mosca finirà per calare, è a Teheran che, durante la presidenza Trump, dovremo prestare la massima attenzione.