4 dicembre 2016
Aggiornato 07:00
Il premier iracheno ha definito i turchi 'forze di opposizione'

Mosul, le 3 ragioni per cui Erdogan vuole assolutamente partecipare all'offensiva anti-Isis

Nonostante le proteste (e le minacce) di Baghdad, Erdogan ha rivendicato il diritto della Turchia di partecipare all'offensiva di Mosul. Ed ecco perché ci tiene tanto

Il presidente turco Tayyp Recep Erdogan. (© Drop of Light | Shutterstock.com)

MOSUL - Gli occhi del mondo, in queste ore, sono puntati su Mosul, roccaforte irachena dell'Isis dove, da qualche giorno a questa parte, è in corso l'offensiva dell'esercito del premier Haydar al-Abadi per liberare la città dallo Stato islamico. Ma c'è qualcuno a cui questa battaglia sta più a cuore degli altri, e per motivi tutti strategici. Quel qualcuno è il «sultano» turco Tayyp Recep Erdogan, che, parlando delle operazioni a Mosul, nelle scorse ore, ha subito rivendicato alla Turchia un ruolo chiave. 

Violazione di sovranità
Un ruolo che - ha fatto sapere il premier iracheno - non è affatto legittimato da Baghdad. Perché, ha dichiarato al-Abadi rivolgendosi a Erdogan, «Tu non sei mio interlocutore. Non sei al mio livello. Non sei mio pari». E ancora: «Le tue urla e le tue grida sull'Iraq non mi interessano». Tradotto: la Turchia sarà pure determinata a partecipare alle operazioni per liberare Mosul, ma ogni sua azione sul territorio iracheno verrà presa, dall'esecutivo di Baghdad, come una «incursione» che rischia di fomentare una guerra regionale. In pratica, una vera e propria violazione della sovranità irachena.

Perché a Erdogan interessa tanto Mosul?
Dopo aver rinunciato a qualsiasi velleità su Aleppo anche in virtù al reset con la Russia, la roccaforte irachena dell’Isis è diventata la vera posta in gioco della partita irachena per Erdogan. In effetti, secondo alcune fonti governative, almeno 1500 dei tremila soldati iracheni addestrati dalla Turchia nella base di Bashiqa prenderanno parte alle operazioni militari. Il premier Yildrim ha annunciato che anche l’Aeronautica turca sta prendendo parte ai bombardamenti su Mosul. Ma perché al sultano stanno tanto a cuore le sorti di Mosul? E perché rivendica diritto di parola sul futuro della città?

1) Composizione demografica
Innanzitutto, Erdogan nutre una preoccupazione di fondo in merito alla composizione demografica della città. Perché la popolazione di Mosul è essenzialmente sunnita, all’interno di un Paese – l’Iraq – a maggioranza sciita e dove è sciita anche il potere centrale. E i sunniti di Mosul, come quelli di altre aree del Paese, in passato hanno già subito massacri a causa della loro confessione. Proprio per questo motivo, per l’Isis – che, lo ricordiamo è salafita, una particolare setta del sunnismo – non è stata un’impresa difficile conquistare la città, nauseata com’era la popolazione nei confronti delle autorità sciite.

ll ruolo delle milizie sciite
Ed ora una delle grandi incognite del dopo-Isis è proprio questa: in che modo sarà governata Mosul una volta liberata dall’Isis? Come sarà tutelata l’adesione dei suoi abitanti al sunnismo? Preoccupazioni, in linea di principio, pure condivisibili, perché la roccaforte irachena dello Stato islamico rischia di fare la stessa fine di Fallujah e Tikrit, liberate dall’Isis anche grazie al supporto di milizie sciite in seguito accusate di essersi accanite nei confronti della popolazione sunnita (LEGGI ANCHE «Non solo Isis. Perché Mosul potrebbe diventare la nuova Aleppo»).

Preservare la maggioranza sunnita
Così, la prima preoccupazione del sunnita Erdogan - ovviamente più strategica che umanitaria - è proprio quella di preservare la maggioranza sunnita della città: la quale, ha dichiarato, dopo che sarà ripresa dovrà ospitare «solo gli arabi sunniti, i turcmeni e i curdi sunniti». Una dichiarazione che ha spinto i militanti sciiti che sostengono il Governo ad accusarlo di una «proposta razzista per cambiare la demografia di Mosul». Il sultano, dal canto suo, ritiene che siano gli sciiti a voler cambiare la demografia della città, e considera tale opzione una minaccia alla sicurezza e agli interessi turchi. Anche perché, prima della nascita del moderno Iraq, quest’area era parte dell’impero ottomano e c’è ancora, nell’establishment turco, chi ritiene che debba tornare in qualche modo, diretto o indiretto, sotto il controllo turco.

2) I profughi
Poi ci sono le preoccupazioni «lateralmente» umanitarie di Ankara. Erdogan, cioè, teme che la battaglia possa far riversare in Turchia un nuovo flusso di profughi, oltre a quelli siriani che, a causa del conflitto, si sono riversati nel Paese. Ma oltre a ciò, ci sono considerazioni strettamente strategiche: perché, in un Medio Oriente che si sta ridisegnando, Ankara vorrebbe un vicino debole e controllabile, possibilmente diviso in entità su base settaria, in cui poter esercitare la propria influenza in particolare sul Kurdistan iracheno.

3) I curdi
Veniamo dunque al motivo principale delle rivendicazioni di Erdogan: i curdi. Perché la minaccia più grave per la Turchia è relativa alla presenza del Pkk, organizzazione che la Turchia ritiene terroristica e combatte da sempre, anche in Siria. Secondo alcuni giornali filogovernativi, infatti, tremila uomini del Pkk sarebbero pronti a confondersi tra le milizie sciite e a prendere parte alle operazioni militari. In questo modo, i curdi potrebbero diventare gli attori-chiave nella liberazione di Mosul, acquisendo una posizione di ulteriore forza per perseguire le proprie rivendicazioni. E soprattutto conquistando una nuova base mediorientale da cui far partire le proprie offensive contro la Turchia. Per tutti questi motivi, Erdogan sta cercando in tutti i modi di ritagliarsi un ruolo nella battaglia di Mosul. Anche sfidando apertamente Baghdad, che vede i turchi come una forza di occupazione. E rischiando di far esplodere un drammatico scontro nello scontro.