4 dicembre 2016
Aggiornato 07:00
La città venne conquistata dai jihadisti nel giugno 2014

L'Iraq contro l'Isis, parte la liberazione di Mosul

Sono ufficialmente iniziate le operazioni per la liberazione di Mosul, roccaforte dell'Is in Iraq. Ma il futuro della città, sunnita in un Paese a maggioranza sciita, rimane fortemente incerto

BAGHDAD - Il momento è arrivato. Le operazioni per riconquistare Mosul, la città irachena in mano ai jihadisti dello Stato islamico (Isis) dal giugno del 2014, dopo essere state già da tempo annunciate, sono ufficialmente iniziate. Lo ha comunicato in un discorso alla tv il premier iracheno Haider al-Abadi. «E' giunto il momento della vittoria e sono iniziate le operazioni per liberare Mosul», ha detto, rivolgendosi solennemente alla nazione. Quindi, ha rivolto un pensiero alla popolazione di Mosul, già da tempo allertata dell'avvicinarsi dell««ora zero» con una pioggia di volantini: «Oggi dichiaro l'inizio di queste operazioni per liberarvi dalla violenza e dal terrorismo del Daesh».

L'annuncio del premier
La solennità delle parole di Abadi, comandante in capo delle forze armate irachene, è del tutto comprensibile. L'Iraq è un Paese che non ha mai davvero rialzato la testa dopo la guerra del 2003, dove l'esecutivo e l'esercito sono continuamente accusati di debolezza e dove, oltre all'Isis, proliferano divisioni e tensioni settarie. Abadi ha però cercato di mostrare la forza del Governo centrale, diffondendo la propria dichiarazione circondato dai più alti ufficiali militari: «La forza che guida le operazioni di liberazione è il coraggioso esercito iracheno, insieme con la polizia nazionale, sono loro quelli che entreranno a Mosul, nessun altro», ha assicurato.

Momento decisivo
Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Ashton Carter, ha quindi definito l'operazione per riconquistare Mosul «un momento decisivo della nostra campagna per sconfiggere in modo definitivo lo Stato islamico». «Siamo certi che i nostri partner iracheni sconfiggeranno il nostro comune nemico e libereranno Mosul e il resto dell'Iraq dall'odio e dalla brutalità dello Stato Islamico - ha aggiunto Carter - gli Stati Uniti e il resto della coalizione internazionale sono pronti a sostenere le forze di sicurezza irachene, i combattenti peshmerga (curdi, ndr) e il popolo iracheno nella difficile lotta».

La madre di tutte le battaglie
In effetti, sembra che questa possa essere, per utilizzare un'espressione del dittatore Saddam Hussein, «la madre di tutte le battaglie», almeno per quanto riguarda la lotta all'Isis, visto che la città costituisce la sua roccaforte in Iraq. Secondo gli analisti, in discussione, ad oggi, non è tanto l'esito della battaglia, quanto le tempistiche. L'operazione lanciata dalle forze irachene potrebbe durare settimane, o forse di più: lo ha affermato lo stesso generale Stephen Townsend, comandante della coalizione a guida Usa che combatte contro il gruppo jihadista. 

La grande incognita del dopo-Isis
Ma più di tutto, la grande incognita, al momento riguarda il «dopo-Isis»: il futuro della città, una volta liberata dai terroristi, è quantomai incerto (LEGGI ANCHE «Non solo Isis. Perché Mosul potrebbe diventare la nuova Aleppo»). Perché la questione delle questioni - che peraltro accomuna i teatri bellici mediorientali e nordafricani - è che l’Isis non è affatto l’unico problema dell’Iraq. E un suo arretramento, pur chiaramente auspicabile, potrebbe finire per far emergere rapidamente tutti gli altri ostacoli che si frappongono sulla via della pace. Le forze che combattono l'Isis, infatti, sono profondamente divise e portatrici di interessi contrapposti. Perché la coalizione che si oppone a Daesh è sì tutta irachena, ma è composta da gruppi settari rivali tra loro: i peshmerga curdi, i militanti sciiti, milizie tribali sunnite, milizie cristiane, l’esercito iracheno, che più vario e settario non si può. Coalizione che è lo specchio di un Paese in lotta contro se stesso prima ancora che contro l'Isis, e da troppo tempo sull’orlo della guerra civile.

Il terrore degli sciiti
In questo quadro vanno interpretate le rassicurazioni di Abadi a proposito del ruolo esclusivo dell'esercito e della polizia irachene che entrerà a Mosul. Perché quest'ultima è una città tradizionalmente sunnita, che vede con terrore l'opzione di finire sotto un governo sciita dopo la liberazione dagli estremisti. Oltretutto, l'ipotesi che alla liberazione di Mosul possano partecipare anche alcuni miliziani sciiti getta nel panico la popolazione. Si teme infatti che possa accadere lì proprio quello che è avvenuto dopo la liberazione di Fallujah  o di Tikrit, dove alcune milizie sciite sono finite sotto inchiesta per le esecuzioni compiute su larga scala di civili sunniti. Senza contare che tale situazione, potenzialmente esplosiva, non riguarda solo Mosul, ma è estendibile a tutto l'Iraq. Che non si è mai ripreso davvero dopo la guerra americana. Ed è rimasto profondamente lacerato, una polveriera pronta ad esplodere.