30 aprile 2017
Aggiornato 01:00
L'ultimo segnale di una cooperazione sempre più salda

Perché l'esercitazione sino-russa nel Mar Cinese turba i sonni di Washington

L'ultimo segno della sempre più forte cooperazione tra Russia e Cina è l'esercitazione militare congiunta nel Mar Cinese Meridionale. Dove la tensione è alle stelle tra Pechino e Washington

Il presidente russo Vladimir Putin. (© Frederic Legrand - COMEO / Shutterstock.com)

PECHINO - Presto un nuovo motivo di scontro potrebbe complicare le già difficili relazioni tra Mosca e Washington. Perché la Russia e la Cina hanno dato inizio a otto giorni di esercitazioni navali congiunte nel Mar Cinese Meridionale, nel segno di una crescente cooperazione. Cooperazione che era già stata pienamente sancita durante l'ultimo G20, a margine del quale Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati per cementificare, con gli occhi del mondo puntati addosso, la loro intesa, già costellata di numerose e fruttuose strette di mano. Non ultima quella di giugno, quando il leader del Cremlino si recò a Pechino per discutere di 58 accordi dal valore complessivo di 50 miliardi di dollari. E, ancora una volta, per mostrare all'Occidente e all'America in primis che un'ampia alleanza sino-russa non solo è possibile, ma è anche «work in progress».

L'esercitazione militare nel Mar Cinese Meridionale
Ora, una nuova prova di quanto la cooperazione tra le due potenze sia solida giunge direttamente da un teatro al centro di una contesa internazionale in cui Washington è esplicitamente schierata contro Pechino. La Cina, infatti, rivendica per motivi economici alcune isole del Mar Cinese Meridionale, posizione osteggiata dagli Usa, dalle Filippine, dal Vietnam, dal Brunei e dalla Malesia. Un tribunale permanente sostenuto dall’Onu si è già espresso in materia, dichiarando illegittima l’istanza di Pechino, ma il Dragone non sembra disposto a fare un passo indietro. Tutt’altro: la strategia della Cina sarebbe quella, al contrario, di cercare la spalla di Mosca per controbilanciare la posizione espressa dagli Usa. E pare che ci stia riuscendo.

Un mare che vale oro
A provarlo, le esercitazioni navali di 8 giorni condotte da Cina e Russia proprio in quel travagliato mare. Che peraltro è una vera miniera d’oro, perché per le sue acque si muovono almeno 5.000 miliardi di dollari di commercio internazionale. E sebbene l’agenzia cinese Xinhua abbia precisato che le navi russe non navigheranno nelle acque contese, le implicazioni di un’esercitazione militare congiunta russo-cinese proprio in quella zona sono evidenti, anche perché le simulazioni riguardano anche la conquista e il controllo di alcune isole.

La più importante simulazione
Non è certo la prima esercitazione comune tra Mosca e Pechino, bensì la quinta dal 2012; eppure, si può dire che sia la più importante, perché le simulazioni sono molto più complesse, estese e organizzate di quelle precedenti. Ma di segnali di riavvicinamento ce ne sono stati parecchi, tra i due giganti, che – vale la pena di ricordarlo – hanno in comune 4.200 km di confine e che da tempo sono impegnati a coltivare rapporti che vadano ben oltre il buon vicinato.

Dalla guerra all'alleanza
Storicamente, non è sempre stato così: nel 1969, le due potenze si scontrarono frontalmente in un conflitto che riguardava una piccolissima isola contesa. Ma il Cremlino post-sovietico subito guardò a Pechino come a un alleato strategico, e nel tempo questa visione si è rafforzata: anche perché le due potenze, prima di ogni altra cosa, condividono l’interesse a minare la supremazia americana sul resto del globo. Una consonanza geopolitica oltre che economica, che pure, come si è visto, è assodata: basti ricordare che Mosca vende a Pechino armi particolarmente tecnologiche e il progetto delle navicelle Shenzhou si basa sui veicoli spaziali russi Soyuz.

Un'intesa favorita dalla crisi ucraina
E’ soprattutto dopo la crisi ucraina che la cooperazione sino-russa si è rafforzata: perché mentre prima la Russia vedeva in Berlino un importante partner economico nel cuore dell’Europa (la Germania dipendeva dalla Russia in approvigionamento energetico, mentre Mosca importava la tecnologia da Berlino), a seguito delle sanzioni occidentali e il blocco tedesco al credito e alla tecnologia il gigante euroasiatico è stato invogliato a volgersi ad Est. A giugno, la Russia è diventata la prima fornitrice di petrolio di Pechino, superando Arabia Saudita e Angola. Ad oggi, esporta 30 milioni di tonnellate di greggio verso la Cina (circa il 15% delle sue esportazioni nel settore), accetta gli yuan al posto dei dollari, e importa materiali e mezzi usati nella produzione di oro nero. A maggio, Mosca ha strappato a Pechino uno storico contratto da 400 miliardi di dollari per fornire 38 milioni di metri cubici di gas alla Cina per trent’anni. Quello che si dice un colpaccio.

Dalla competizione alla cooperazione
Certo, quella tra Cina e Russia non è stata una luna di miele. Perché per imporsi come fornitore di energia, Mosca deve competere con Uzbekistan e Kazakistan, che vendono il proprio gas a Pechino attraverso tre gasdotti cinesi, con quest'ultimo fornitore anche di petrolio dal 2006. Oltretutto, non sempre Russia e Cina condividono visioni e obiettivi, soprattutto in Asia Centrale, dove le due potenze sono state a lungo in competizione. Si pensi all’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia – volta a creare un blocco economico alternativo  a quello occidentale –, e alla nuova Via della Seta cinese – che ambisce a spostare le tradizionali rotte del commercio lungo una cintura che collega Polonia e Pakistan. Durante l’ultimo summit dei BRICS, le due potenze si sono accordate per rivedere entrambi i progetti in un’ottica comune, nell’ottica di creare una nuova «terra di mezzo». Secondo gli analisti, dunque, è proprio la competizione che favorisce il loro riavvicinamento: l’alleanza, anzi, è iniziata proprio sulla spinta di visioni contraddittorie riguardo alla loro posizione e al loro ruolo nell’area asiatica, ed ha costituito lo strumento per risolvere le controversie.

I sonni di Washington turbati
Ciò non significa affatto che i due giganti siano allineati su tutto. La Cina non ha formalmente riconosciuto l’annessione della Crimea, Mosca non vede di buon occhio la creazione della banca di sviluppo SCO (Shanghai Cooperation Organization) e i nazionalisti orientali non hanno dimenticato la perdita di territori dell’Impero Cinese causata dalla Russia zarista. Eppure, la consonanza di interessi strategici, geopolitici ed economici è innegabile. E agita a buon diritto i sonni di Washington.