27 aprile 2017
Aggiornato 16:30
Il vicepresidente Biden è in Turchia

Turchia, Washington rassicura sulle relazioni con Ankara. Ma tanti fronti le dividono

Durante il suo viaggio in Turchia, il vicepresidente Usa Joe Biden ha cercato di rassicurare in merito alla tenuta dell'alleanza con Ankara. Ma il sultano sembra non essere così ottimista

ANKARA - Il viaggio del vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden in Turchia è un modo per calmare le acque e rassicurare il mondo su un punto: l'alleanza tra Washington e Ankara è salda, anche dopo il colpo di stato; anche dopo la stretta di mano tra Erdogan e Putin che l'Occidente ha osservato con grande preoccupazione. Così, il primo messaggio lanciato da Washington è che non c'è alcuna divisione nello scenario internazionale con l'alleato Nato, ma che anzi gli Stati Uniti sostengono l'offensiva militare turca contro l'Isis nel territorio siriano che è stata lanciata all'alba di oggi, «Scudo dell'Eufrate». Lo ha dichiarato un funzionario statunitense rimasto anonimo che si trova al seguito del vicepresidente Usa in Turchia.

Divisioni nel teatro siriano
Per il momento il sostegno è stato dato sotto forma di condivisione delle informazioni di intelligence e la partecipazione dei consiglieri militari americani e potrebbe anche coinvolgere le forze aeree se la Turchia lo richiederà. Lo stesso vicepresidente Biden, in conferenza stampa, ha dichiarato che gli Stati Uniti e la Turchia continueranno a colpire l'Isis in Siria. Questo, nonostante le priorità dei due Paesi nel teatro bellico siriano sembrino essere sempre più divergenti: Washington schierata con i curdi nella lotta all'Isis; Ankara manifestamente nemica dei curdi, la cui organizzazione Pkk considera terroristica al pari di Daesh; Washington impaziente di vedere Assad uscire di scena; Ankara che, dopo il riavvicinamento con la Russia, si è detta disposta a dialogare con il presidente siriano, almeno finché la lotta all'Isis non sarà ultimata e in cambio di un suo assist sulla questione curda.

La questione curda
Non a caso, il premier turco, nella stessa occasione, ha sottolineato che la Turchia non permetterà una nuova formazione curda al suo confine meridionale. Per Yildirim il Pyd curdo è «un'estensione del Pkk» e ha chiesto a Washington di rivedere la sua posizione sulla questione, visto che gli Stati Uniti annoverano le forze curde tra gli alleati sul campo in Siria nella lotta all'Isis.

Il nodo Gulen
Ma non riguardano solo la Siria i temi che dividono i due alleati Nato. In ballo c'è anche l'estradizione dell'imam Fetullah Gulen, che Ankara pretende dagli Usa perché lo ritiene colpevole di aver orchestrato il colpo di stato. e Il vicepresidente Biden, nel tentativo di calmare gli animi, ha dichiarato di «comprendere i particolari sentimenti che il vostro governo e la popolazione turca hanno nei confronti» di Gulen. «Stiamo cooperando con le autorità turche», ha dichiarato, aggiungendo che gli Stati Uniti «non hanno alcuna intenzione di proteggere una persona che ha colpito un nostro alleato».

La minaccia del sultano
Proprio a proposito di ciò, il presidente Tayyp Recep Erdogan ha nuovamente minacciato l'alleato americano a proposito della tenuta delle relazioni bilaterali. Il rifiuto degli Stati Uniti di estradare Gulen, ha fatto sapere il sultano, non contribuirebbe alla cooperazione tra Usa e Turchia. «Le nostre relazioni con gli Stati Uniti sono a livello di partnership strategica e il rifiuto di estradare Gulen non contribuirebbe» alle nostre relazioni.

Minacce anche all'Europa
Ma il sultano non si è limitato a minacciare Washington: ne ha avuto anche per l'Unione europea. Colpevole di non aver ancora trasferito i tre miliardi di euro pattuiti nell'accordo firmato con Ankara per fermare il flusso dei migranti. Il sultano turco ha infatti dichiarato: «Noi abbiamo dato da soli rifugio a milioni di fratelli siriani. L'Unione europea ci ha promesso tre miliardi di euro. Dove sono? Da nessuna parte». La minaccia implicita è, ovviamente, quella di fare dell'accordo siglato qualche mese fa sui migranti carta straccia.