27 aprile 2017
Aggiornato 16:30
Nel giorno della grande manifestazione di Istanbul

Turchia, i 6 conti in sospeso del sultano con l'Occidente

Mentre la Turchia scende in piazza in sostegno di Erdogan, il sultano continua a minacciare l'Europa sulla tenuta del patto sui migranti. Che, però, non è l'unico fronte aperto con l'Occidente

ANKARA - L'imponente manifestazione di Istanbul, con più di un milione di persone in piazza a manifestare per la «democrazia», lancia presagi oscuri all'Occidente. Perché, alla vigilia del summit che lo porterà a San Pietroburgo, Tayyp Recep Erdogan è riuscito a riunire in piazza anche l'opposizione, a cui ha promesso di annullare i processi in corso in cambio dell'assoluta fedeltà dopo il fallito golpe. Grande assente, il partito curdo, unico «nemico» rimasto a piede libero (forse ancora per poco) dopo la grande purga. Da quella piazza, il sultano non esita a lanciare dardi infuocati contro l'Europa e il mondo occidentale, con cui conserva non pochi conti in sospeso. Nonostante quello stesso sultano sia anche un alleato fondamentale della Nato e un partner insostituibile per la gestione dei flussi migratori. Il che rende tutto decisamente più complicato.

L'ingresso della Turchia nell'Ue
Del resto, i nodi da sciogliere sono diversi. Il primo è il più bollente: nel 2005 il Paese è stato candidato all'ingresso dell'Unione europea. Oggi, quelle trattative sono ancora in corso, rimesse in pista, dopo anni di stallo, dalla firma dell'accordo sui migranti con Bruxelles. Eppure, la prospettiva di una Turchia in Europa pare lontanissima, specialmente dopo le repressioni successive al colpo di stato. Alla manifestazione di Istanbul, Erdogan non ha mancato di ribadire la sua «apertura» al ritorno della pena capitale. «Se il popolo vuole la pena di morte, penso che i partiti debbano acconsentire. Sarà il Parlamento turco a decidere, ma la sovranità appartiene al popolo», ha dichiarato il leader turco, preannunciando un balzo all'indietro, per Ankara, al 2004, anno in cui la pena di morte fu abolita. E qualora tale scenario si realizzasse, Jean Claude Juncker ha sottolineato che l'ipotesi di ingresso nell'Ue si allontanerebbe ulteriormente. Peccato che, dalla sua, Erdogan ha una importante arma di ricatto: la tenuta dell'accordo sui migranti, per il quale Bruxelles ha «barattato» la riapertura dei negoziati. 

La liberalizzazione dei visti
Altro nodo da sciogliere, la questione della liberalizzazione dei visti Ue per i cittadini turchi, anch'esso «compreso» nell'accordo sui migranti. Negli ultimi giorni, Ankara ha ricominciato a fare la voce grossa, minacciando Bruxelles di riattivare il «rubinetto» del flusso di profughi qualora l'Europa non proceda con la liberalizzazione. Quest'ultima, però, è a sua volta condizionata dal rispetto, da parte della Turchia, di una serie di «riforme» in senso democratico, come la modifica della legge sul terrorismo. Condizioni che Ankara, dopo il colpo di stato, sembra ancora meno propensa di prima a soddisfare.

I profughi
E poi c'è la questione dei migranti in sé e per sé. Dopo l'accordo firmato lo scorso febbraio, la pressione sulla rotta balcanica si è notevolmente ridotta: i migranti irregolari sono stati sufficientemente controllati da Ankara. Già da tempo, la Turchia ospita al confine più di 3 milioni di profughi siriani, in cambio di un pacchetto di 6 miliardi dall'Ue. E c'è già chi, a Bruxelles, ipotizza di rompere l'accordo prima che lo faccia il sultano, e assegnare questione e denaro ad Atene. Un passo che certamente farebbe infuriare Erdogan.

L'appartenenza alla Nato e le basi militari
Altro tema aperto, l'appartenenza della Turchia alla Nato. Un'appartenenza controversa, ma certamente indispensabile per Washington, e principalmente per due ragioni. Il Paese ottomano è infatti il «ponte»  dell'Alleanza Atlantica verso il Medio Oriente e, ancora più importante, verso la Russia dell'acerrimo nemico Vladimir Putin. Come se non bastasse, nel Sud della Turchia ha inoltre sede una delle principali infrastrutture della Nato, la base aerea di Incirlik, fortemente strategica in vista di entrambi i fronti appena citati. Una vera e propria roccaforte militare per l'Occidente, che Ankara può chiudere e riattivare a proprio piacimento. Ad esempio, dopo il colpo di stato Erdogan ha deciso di bloccarne l'attivazione, provocando l'ira di Washington. Non a caso, di recente il capo di stato maggiore americano Dunford si è recato in Turchia per discutere della questione con il premier Yildirim.

La guerra in Siria e la questione curda
Senza contare la guerra in Siria. Erdogan è intervenuto nel Paese nel 2015, cercando di camuffare le bombe dirette ai curdi (alleati degli Usa) con la scusa di colpire lo Stato islamico. In realtà, per più di tre anni il governo ha chiuso un occhio sul passaggio, nel suo territorio, di jihadisti che volevano unirsi allo Stato islamico in Iraq e in Siria, con tanto di traffico di oro nero. L'obiettivo, quello di rovesciare il suo ex amico Bashar al Assad, presidente della Siria inviso agli Stati Uniti. Ma anche dopo la «rottura» con l'Isis, la questione curda è rimasta drammaticamente aperta: primi nemici del sultano, i curdi sono però alleati dell'Occidente contro Daesh. A dimostrazione di quanto sia paradossale e controversa l'alleanza con la Turchia.

Il reset con Putin
La lista dei fronti scottanti per l'Occidente si conclude con il riavvicinamento tra Mosca e Ankara, che sarà ufficialmente sancito dal summit di domani a San Pietroburgo. Le relazioni tra le due potenze si erano tragicamente interrotte lo scorso novembre, dopo l'abbattimento di un Sukhoi di Mosca, entrato per 17 secondi nello spazio aereo turco. Ma il summit di domani potrebbe siglare un reset, almeno temporaneo, tra i due Paesi. Possibilmente in funzione anti-occidentale: prospettiva, per Washington, decisamente spaventosa.