28 marzo 2017
Aggiornato 10:00
Dopo l'allarme per l'Europa lanciato dagli Usa

Foreign fighters, chi sono e cosa vogliono?

Dopo l'allarme per l'Europa lanciato dagli Usa, qui vi spieghiamo chi sono, da dove vengono e cosa cercano i foreign fighters. E perché lo diventano

Chi sono i foreign fighters? E perché arrivano a diventarlo? (© Oleg Zabielin | Shutterstock.com)

WASHINGTON - Questa volta l'allarme è giunto direttamente dagli Stati Uniti. Lisa Monaco, responsabile anti-terrorismo della Casa Bianca, in visita a Bruxelles ha parlato di un flusso di jihadisti di ritorno in Europa «come non si era mai visto». E ha pressato le autorità belghe a cooperare di più e meglio per prevenire nuovi attacchi, e - sottinteso - per non ripetere l'esperienza degli ultimi attentati di Bruxelles. I «jihadisti di ritorno» di cui ha parlato Monaco sono quegli ormai famigerati «foreign fighters» di cui si parla da mesi. Sono i «nemici» in casa, tra di noi, spesso europei tanto quanto noi, radicalizzati al punto da abbandonare le certezze occidentali per tornare a combattere in Iraq e in Siria, e poi portare la folle causa del Califfo in Europa. Ma cosa sappiamo di questi combattenti? Quanti sono, da dove vengono, e perché finiscono per diventare delle minacce?

Da dove vengono e dove vanno
Secondo il report diffuso lo scorso dicembre dal Soufan Group, sono circa 100 i Paesi di provenienza dei foreign fighters, e il record è detenuto dalla Tunisia, con almeno 6000 combattenti stranieri. Segue l'Arabia Saudita, con 2.500, la Russia con 2.400, la Turchia con 2.100 e la Giordania, con 2.000 foreign fighters. Tra i Paesi europei, il triste primato andrebbe alla Francia, con 1.700 aspiranti jihadisti, seguita da Gran Bretagna e Germania, a quota 760. La Turchia è un hub di transito fondamentale verso la Siria e l'Iraq. Non a caso, il confine turco-siriano è il passaggio usato da moltissimi combattenti per arruolarsi nelle milizie - tra cui quelle dell'Isis e di Al Qaeda - che combattono il regime di Bashar al Assad. Terminata l'esperienza bellica «sul campo», i «novelli jihadisti» fanno spesso ritorno in Europa arricchiti di tutto il bagaglio strategico che li rende pronti a colpire: dall'addestramento alla guerriglia, fino ai contatti con gli estremisti attivi in Medio Oriente. Ma non sempre possono raggiungere il Vecchio Continente: alcuni sono uccisi in battaglia, altri sono tempestivamente arrestati dai servizi d'intelligence, altri ancora rimangono delusi dalla stessa causa per cui erano pronti a sacrificare la vita.

Perché si arruolano e cosa cercano
Può sembrare assurdo che cittadini europei a tutti gli effetti, benché islamici o convertiti all'Islam, decidano di sposare l'assurda causa del Califfo. Eppure, come si vede dalle cifre non è un avvenimento infrequente, soprattutto in caso di presenza di alcune condizioni di partenza. I foreign fighters sono innanzitutto molto spesso musulmani di seconda o terza generazione, naturalizzati europei, ma spesso «vittime» di un processo di integrazione mal riuscito e dunque di situazioni di profonda marginalità economica e sociale. La jihad diventa una sorta di «via di fuga», l'unico, folle modo per scampare dalla disperazione e dal senso di inadeguatezza e inappartenenza.  Ma tra i «combattenti stranieri» vi sono anche convertiti dell'ultimo minuto, idealisti delusi dalle società in cui vivono, che nelle mire del Califfato trovano una causa per cui spendersi e la prospettiva di un nuovo Stato a cui votarsi. Uno Stato che, paradossalmente, promette benessere, medicine gratis, equità sociale. Addirittura, alcuni analisti hanno rilevato una certa somiglianza tra questi nuovi jihadisti europei e chi, negli anni Settanta, decideva di aderire alle Brigate rosse italiane o alla Rote Armee Fraktion (Raf) tedesca.

Età e stile di vita
L'età media dei foreign fighters è 20 anni, quell'età in cui tutto cambia, e, soprattutto nelle moderne metropoli europee, dove il futuro è sempre più in bilico. In realtà, tra i foreign fighters c'è di tutto: dai ragazzini di 14 anni, fino ai trentenni. L'ultima generazione di combattenti belga (ma anche europea) è composta soprattutto da ragazzi che vanno dai 20 ai 24 anni, contro i 25-35 delle ondate precedenti. Secondo Rik Coolsaet, professore di Relazioni internazionali a Gent e autore di uno studio su radicalizzazione e foreign fighters per il Royal Institute for Internal relations, i quattro quinti dei jihadisti sono di origini marocchine, con bassa scolarizzazione e spesso già noti alle forze di intelligence. Un primo gruppo sarebbe formato da adolescenti solitari e disperati, privi di prospettive e di fiducia nella società europea che li «adotta» e li respinge insieme. Quei ragazzi fanno spesso parte della generazione Neet, che nè lavora nè studia, e molto spesso hanno precedenti penali. Un secondo gruppo sarebbe invece costituito da membri di gang di strada, delinquenti inclini alla violenza, che vedono nel Califfato una sorta di «super-gang» capace di dare prospettive e protezione. Le famiglie di questi giovani, peraltro, sono spesso problematiche e devastate.

Dove vivono
Dato che il degrado e la marginalità sociale sono veri e propri volani per la radicalizzazione, ben si comprenderà perché sono più a rischio i soggetti che vivono in quartieri periferici. Si pensi a Molenbeek: ben prima di diventare la culla dello jihadismo europeo, era molto simile alle banlieue parigine dove nel 2005 è scoppiata la rivolta dei cittadini di seconda e terza generazione. Oggi, a Molenbeek la disoccupazione sfiora il 40%, e la jihad finisce per diventare uno stile di vita. Come ha osservato lo studioso Olivier Roy, «non siamo davanti alla radicalizzazione dell'Islam ma l'islamizzazione del radicalismo».

Il ruolo dell'Islam e il reclutamento
In tutto ciò, la religione musulmana ha spesso un ruolo solo formale. Il Corano è conosciuto a slogan, e diviene un puro strumento propagandistico per «giustificare» comportamenti estremisti. Non a caso ,iI mito di questi aspiranti jihadisti non è il Profeta, ma Tupac Shakur, il rapper ucciso nel 1996, le cui gesta e canzoni compaiono spesso nei post sui social media. E in questo processo di radicalizzazione, se l'Islam di per sè c'entra poco, molto fanno invece famiglia e affetti. Perché la progressiva estraneità sociale cui l'aspirante jihadista si condanna lo porta, paradossalmente, a condividere la propria frustrazione con persone simili, generando una comune visione del mondo pericolosamente dogmatica e in bianco e nero. Così, il reclutamento avviene nei posti più comuni: nelle scuole, nei parchi, negli sport club e nelle strade. Ultimamente sui social network e sul web, dove è sempre più comune trovare come interlocutori combattenti già instradati e capaci di plagiare le menti dei giovani disperati.