25 settembre 2016
Aggiornato 09:00
L'Occidente verso una nuova avventura libica

Se in Libia l'Italia sta rischiando di fare la (triste) fine del 2011

Mentre gli alleati interventisti tirano l'Italia per il bavero della giacca, Roma traballa. Impegnandosi, come di consueto, a non sbilanciarsi troppo senza scontentare nessuno, anche al prezzo delle proprie aspirazioni. Invece, servirebbe un sano rigurgito di orgoglio nazionale, e il coraggio di dire ai partner (Usa in primis) ciò che non vogliono sentirsi dire

TRIPOLI - Sono ore cruciali per il futuro della Libia, e per quello delle potenze occidentali nel Paese nordafricano. Ore in cui si rincorrono le dichiarazioni bellicose dell'Occidente, le indiscrezioni a proposito di 5000 soldati pronti a varcare i confini di Tripoli, e si moltiplicano le prime incursioni in territorio libico, comprese quelle dei droni americani lanciati dalla base italiana di Sigonella. Intanto, da Tobruk arriva l'ennesima battuta d'arresto nel processo politico per l'approvazione del nuovo Parlamento, mentre più a Ovest, a Bengasi, si festeggia la liberazione della maggior parte della città dagli estremisti dello Stato islamico. 

Il tempo della diplomazia agli sgoccioli
E' stato il Wall Street Journal ad avvisarci che l'Italia aveva concesso agli Usa l'utilizzo della base di Sigonella, mentre la notizia delle operazioni di «forze segrete» francesi contro l'Isis era tanto riservata da finire in bella vista sul sito di Le Monde. E' sotto gli occhi di tutti che il tempo della diplomazia sta per scadere. Sul tavolo, addirittura, ci sarebbe la spartizione anglo-italo-francese della Libia tra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Una soluzione da «divide et impera» che presenta numerosi problemi, ma avrebbe il vantaggio di frenare le ambizioni e il sostegno alle rispettive milizie da parte di potenze regionali, come Egitto, Turchia, Qatar ed Emirati. Il piano B potrebbe anche prevedere di concentrarsi soprattutto in Tripolitania, regione ricchissima di petrolio controllata dagli islamici più o meno moderati, che vi hanno installato nel 2014 un governo rivale a quello di Tobruk. Insomma, le ipotesi si sprecano. Ma qualunque cosa si deciderà di fare, la situazione è colma di rischi. E l'Italia si trova in una situazione particolarmente difficile, e tristemente simile a quella del 2011.

I rischi dell'intervento
Avevamo già ricordato i rischi compresi nel pacchetto dell'intervento armato, sostenendo pertanto che, alla chiamata alle armi dell'alleato americano, fosse necessario opporre un po' di sana prudenza. Ogni intervento armato in terra straniera non legittimato da una richiesta diretta potrebbe facilmente frantumare le già fragili speranze del Paese. Anche perché ai libici l'idea di una presenza militare occidentale non piace: i libici hanno chiesto solo supporto politico-diplomatico. Soprattutto, c'è il rischio molto concreto che, intervenendo in quella polveriera, si finisca per compattare gli estremisti intorno all'Isis, rafforzandoli più che indebolendoli. Infine, il 2011, nonché le avventure in Afghanistan e in Iraq, ci hanno ampiamente documentato i danni causati da interventi militari svincolati da strategie e obiettivi precisi e a lungo termine.

L'Italia (ancora una volta) traballante
Eppure, pare che gli alleati occidentali - Usa, Francia e Gran Bretagna in primis - non abbiano tenuto in seria considerazione questi rischi. Così, sembrerebbero aver già ampiamente sorpassato l'Italia, che proprio in Libia aspirava a ricoprire un ruolo di primo piano. Proprio da Roma, il 13 dicembre scorso, era partita l'azione politico-diplomatica internazionale in Libia, con la prospettiva - che già a suo tempo pareva quasi illusoria - di creare un governo di unità nazionale nel giro di pochi giorni, mettendo d'accordo i governi di Tripoli e Tobruk; di fare in modo che questo governo guidato da al Serraj trovasse consenso tra i libici; di suggellare la legittima azione internazionale con una risoluzione Onu e, infine, di «intervenire» in Libia: ma su questo punto, già allora, la comunità internazionale era rimasta decisamente vaga. Oggi, sulla questione, la posizione degli occidentali sembra farsi un poco più chiara; mentre è l'Italia che pare avere ancora le idee confuse. Da un lato concede la base di Sigonella; dall'altro il ministro Gentiloni ribadisce che difficilmente l'intervento armato potrà essere la soluzione; da una parte Matteo Renzi promette che l'Italia farà la sua parte; dall'altro lato la grande cautela del governo nasconde una malcelata assenza di consenso sulla decisione da prendere. 

Un nuovo 2011
Insomma: a giudicare dagli ultimi eventi, l'impressione è che la storia del 2011 si stia ripetendo. Oggi come allora, l'Italia, nonostante le sue grandi aspirazioni libiche, sembra essere tirata per la giacca dagli alleati occidentali, impegnandosi strenuamente per non sbilanciarsi troppo senza però scontentare nessuno. La base di Sigonella l'abbiamo concessa, ma nel frattempo c'è chi - come la Francia - un passo avanti l'ha già compiuto, e noi rimaniamo indietro a riflettere. Un atteggiamento - è innegabile - che non può non condannarci a una totale marginalità nello scenario in cui più dovremmo dire la nostra. L'epilogo di questa vicenda rischia di essere molto simile alla rocambolesca performance del 2011: ci accoderemo anche stavolta, senza troppa convinzione, nella speranza di non perdere il posto a tavola? L'Italia dimostrerà ancora di non avere la stoffa del leader? Perché in questa situazione sarebbe gradito un sano rigurgito di orgoglio nazionale: anche a costo di far notare, ai nostri partner, le (buone) ragioni per cui Roma esita a buttarsi a capofitto in una nuova avventura bellica nel Paese. Anche a costo, poi, di non ubbidire al superalleato americano.