30 aprile 2017
Aggiornato 01:00
Un governo tutt'altro che moderato

Se la morte di Regeni ci apre gli occhi sull'Egitto di al-Sisi

Pensavamo che, spazzando via gli islamisti, la situazione in Egitto si sarebbe risolta. Ma la morte di Giulio Regeni potrebbe fare ciò che non ha potuto neanche la tragedia dell'aereo russo nel Sinai: dimostrarci che l'Egitto di al-Sisi non è affatto il Paese sicuro che credevamo

IL CAIRO - La bara di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano ucciso in Egitto, a cui migliaia di persone hanno reso omaggio in un triste giorno di pioggia, dovrebbe esserci da monito. Perché sul fatto che Regeni sia stato barbaramente torturato e ucciso dalle forze di sicurezza egiziane sembrano esserci pochissimi dubbi. E questo è già un segnale che l'Egitto del generale al-Sisi non è il Paese sicuro e stabile che l'Occidente si è abituato a pensare. Di fronte alla tragedia, non possiamo che ammettere di aver chiuso gli occhi per troppo tempo: complici, i cospicui interessi energetici che ci legano al gigante del Nord Africa.

Un regime «moderato»?
Perché quello che è accaduto al giovane italiano, in realtà, non è affatto un caso isolato. Tutt'altro: è un metodo che al-Sisi adopera sistematicamente con i propri oppositori, con i Fratelli Musulmani - bollati come «terroristi» senza se e senza ma - e con quegli stessi giovani del Movimento 6 Aprile che avviarono la rivoluzione, troppo presto abortita, culminata nella caduta di Mubarak. E' da qualche giorno trascorso l'anniversario della sua caduta, ma non molto è cambiato nel Paese bagnato dal Nilo. Perché il nuovo regime non è affatto «moderato», né molto «più moderato» di quello di Mubarak: e nel calderone della «lotta al terrorismo» nasconde ogni genere di repressione. Fino ad oggi, i governi occidentali - pur imbevuti della retorica dei diritti umani - hanno fatto finta di nulla.

Un segnale ignorato: la tragedia dell'aereo russo
Ma un segnale di forte instabilità ci era già arrivato qualche mese fa, il giorno dell'abbattimento dell'aereo russo schiantatosi sul Sinai. Quello è stato un chiaro segno di come la disintegrazione politica, in Nordafrica, si accompagni sempre più al proliferare del jihadismo. E come scriveva Limes a qualche giorno dalla tragedia, l'Egitto, quel colosso di più di 80 milioni di abitanti, è un gigante con i piedi di argilla. In particolare, la penisola del Sinai è da tempo al centro di combattimenti tra l'esercito del Cairo e i jihadisti, che peraltro gestiscono corposi traffici in simbiosi con i clan beduini. E da quando, nel 2014, la principale organizzazione jihadista del Nord Sinai, Ansar Bayt al-Maqdis, si è affiliata allo Stato Islamico, le cose non sono potute che peggiorare. 

La nostra miopia
L'enorme errore dell'Occidente, la sua più grande miopia, è stato quello di pensare che, dopo che il generale al-Sisi ha preso il potere spazzando via il governo islamista dei Fratelli Musulmani, le cose in Egitto si sarebbero risolte. Così, abbiamo chiuso gli occhi di fronte ai continui arresti e alle condanne a morte precedute da processi farsa. Abbiamo chiuso gli occhi di fronte all'evidente intenzione di eliminare del tutto i Fratelli Musulmani, e cioè milioni di egiziani, profondamente radicati sul territorio a livello sociale. Abbiamo chiuso gli occhi di fronte ai continui massacri e alle numerose violazioni di diritti umani, illudendoci che un simile regime non avrebbe spinto il Paese ancora di più nelle grinfie dei fondamentalisti.

Ora apriremo gli occhi?
La tragedia dell'aereo russo avrebbe dovuto aprirci gli occhi; ma lo ha fatto solo in parte. Forse, nonostante le masse di turisti per giorni e giorni blindate a Sharm el Sheik, quel terribile evento non è riuscito a disilluderci a proposito della favola securitaria raccontataci da al-Sisi. Il generale, ben consapevole dell'instabilità politica che attanaglia tutto il mondo arabo, ha fin da subito mostrato i muscoli all'Occidente, promettendogli una de-islamizzazione dell'Egitto, ma violando sistematicamente i diritti umani e i più basilari principi di libertà. Che poi sono il fondamento di qualsiasi battaglia contro il terrorismo. La morte di Giulio Regeni è un segnale che ci tocca profondamente, come italiani, come europei e come Occidente. Chissà se una tragedia simile, questa volta, sarà in grado di aprirci gli occhi.