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Afghanistan: Il giorno dopo si ricuce con locali, indagini al via

Castellano: «Non c'è astio verso di noi». La Toyota sotto sequestro

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HERAT - Il giorno dopo l'uccisione della bambina di 13 anni, ad Herat il comando italiano si dedica ai rapporti con le autorità locali, e registra con soddisfazione che il clima non ha risentito del drammatico episodio. Il generale Rosario Castellano incontra il governatore della provincia, il comandante della polizia locale, parla per due volte al telefono con i familiari della bimba. Niente astio verso gli italiani, assicura, e sottolinea che non ci sono state manifestazioni di protesta. Intanto partono le indagini della Procura di Roma, con i primi rilievi sulla Toyota Corolla che finalmente è stata identificata «senza ombra di dubbio» e sottoposta a sequestro, ed emerge qualche nuovo particolare sulla dinamica dell'episodio.

Con le autorità locali «ci siamo chiariti», riferisce Castellano: «Non ho percepito astio verso di noi, nè ci sono state ad Herat manifestazioni di protesta. La gente sa che si è trattato di un incidente e la polizia continua ad esserci molto vicina». Un clima che è il risultato, sottolinea il comandante italiano, di anni di lavoro: «Ci sono rapporti ottimi, consolidati nel tempo, e sono rimasti ottimi» anche dopo ieri. Domani ci sarà invece l'incontro con la famiglia, che arriverà da Farah, provincia 200 km a sud di Herat anch'essa sede di una task force italiana. Ma già oggi, per «testimoniare la vicinanza del contingente», Castellano ha parlato due volte al telefono con i familiari della bambina: «Faremo quanto umanamente possibile in circostanze così dolorose». Tra le ipotesi, anche quella di un risarcimento economico. Sempre oggi, è stato dimesso il terzo ferito dell'incidente: ieri era stata la volta degli altri due, tutti feriti lievemente, assicurano dal comando italiano.

INDAGINI - Intanto iniziano le indagini disposte dalla Procura di Roma, affidate dal pm Pietro Saviotti ai Carabinieri del Ros che a loro volta le hanno delegate ai Carabinieri di stanza ad Herat: oggi la vettura è stata identificata con certezza e sottoposta a sequestro, e sono stati avviati i primi rilievi sulla Toyota. Solo al termine dell'inchiesta, spiega il portavoce italiano maggiore Marco Amoriello, «troveranno risposta tutte le domande che anche noi ci poniamo». Tra le domande ancora senza risposta, quella sulla causa esatta della morte della bambina, ovvero se sia stata colpita direttamente dai proiettili sparati dagli italiani, così come le immagini del lunotto posteriore della Toyota infranto che possono far pensare che la vettura sia stata colpita da dietro. Al magistrato sarebbero già state inviate le prime foto della vettura scattate oggi dai Carabinieri, e i rapporti sulle prime dichiarazioni rese dal mitragliere che ha sparato e dagli altri componenti del convoglio.

TESTIMONIANZE - Dalle prime testimonianze raccolte è emersa un'altra circostanza sulla dinamica: prima della Toyota, in direzione del convoglio italiano viaggiavano altre tre vetture, che si sarebbero fermate alle segnalazioni dei militari; la Toyota invece avrebbe superato senza rallentare le macchine già ferme, comportamento che avrebbe fatto salire ulteriormente l'allarme tra gli italiani. Dopo, viene ribadito, sono state rispettate alla lettera le procedure: dai 300 metri clacson e abbaglianti, poi colpi in aria, e dopo ancora 'warning shots', colpi sulla strada a lato della vettura per evitare il rischio di rimbalzi dei proiettili; infine, ai 10 metri, spari sul vano motore. Ma da parte afgana la versione, o meglio le versioni, sono discordi: il conducente della Toyota (sembrava fosse lo zio della bambina, si è appurato che è il padre) ieri ha parlato di spari improvvisi, pur ammettendo la ridotta visibilità a causa della pioggia battente, e di parabrezza infranto. Oggi invece ha affermato che la vettura sarebbe stata colpita mentre sfilava a lato del convoglio.

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